15 aprile 2021

 

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 PILLOLE

                                                          La battaglia genovese in difesa dell’aborto farmacologico

Il volto genovese di Alice Merlo, riprodotto su migliaia di manifesti, è il simbolo della campagna nazionale “aborto farmacologico, una conquista da difendere”. La risposta UAAR (Unione Atei Agnostici e Razionalisti) ai messaggi truffaldini che paragonavano la RU486 a un veleno: dal 12 agosto 2020 le donne potranno accedere all'aborto farmacologico fino alla nona settimana senza obbligo di ricovero. Anche se con ritardo, l'Italia si è uniformata alla maggior parte dei paesi occidentali per l'accesso alla pillola Ru486. “I nostri corpi sono politici, siamo noi a poterne e doverne scrivere la biografia. Le campagne antiabortiste sono pericolose: fanno leva su vergogna e paura. L'aborto farmacologico è una conquista, e come tutte le conquiste va difesa.”

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E Marco Bucci disse: lasciamoli scorrazzare a piacimento!

Pare che la nuova pensata di Enrico Musso, lo zar della mobilità al servizio del sindaco Marco Bucci, sia una piattaforma in mezzo al mare, da destinarsi a parcheggio per migliaia di automobili. Dunque la creazione di ulteriori calamite per il traffico delle auto in città, oltre quella prevista a Carignano Altri boatos annunciano una modifica al Piano del traffico urbano, in elaborazione nelle supreme sfere di Tursi, per sostituire i previsti filobus con autobus elettrici. E così eliminare le odiate corsie preferenziali, aumentando il far west della circolazione cittadina. Ma c’è del metodo in questa pazzia: mandare un segnale a una fetta importante di elettorato. La borghesia anarcoide allergica alle regolazioni. Nello scambio tra via libera all’irresponsabilità capricciosa e consensi.

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CARIGE, o cara

Tra squilli di trombe e suoni di fanfare, nel 2019 il Fondo Interbancario Tutela Depositi aveva concluso un accordo con la Cassa Centrale Bancaria, per il passaggio dell’88% di Banca Carige a fronte di un versamento di miseri 300 milioni. I poveri vecchi azionisti di Carige erano pronti a festeggiare, anche perché al momento le azioni valgono più o meno zero. Ma CCB ha cambiato a marzo le carte in tavola: per esercitare l’opzione propone di versare 1 (un!) euro al posto dei 300 milioni, e vuole pure un premio di 500 milioni! Adducendo come scusa la “pandemia”: una balla, visto che i conti economici delle banche sono sempre più floridi e i cordoni della borsa sempre più stretti. Quindi, se FITD ci offre 250 milioni la prendiamo noi: questa è la finanza, bellezza!

                                                                                               

                                                                                                  EDITORIALI

Ogni figliuolo è bello a mamma sua

I figliuoli sono tutti bravi, e lo sarà anche Figliuolo, con quella faccia un po’ così e la divisa un po’ così, da generale degli alpini. Anche quando correndo con la fanfara s’inciampa e si deve far finta di niente. Come all’inaugurazione dell’Hub di Genova per il Covid. Pro Covid, crediamo, visto che per il generale, Toti e Bucci e pure Curcio (un Carneade rispetto a Bertolaso, ma stessa funzione), erano assiepate una marea (500) persone tutte appiccicate insieme in attesa di farsi il vaccino davanti alla passarella delle autorità. Sarà il più grande covid cluster di Genova ma nessuno lo saprà, perché i giornali nostrani sembrano pieni di veline, non le ragazze di Striscia, ma quelle d’epoca fascista. D’altra parte qui c’è solo la voce del padrone. “La Liguria” – ha detto il buon Figliuolo – “sarà un modello”. Generale, dietro la collina (scusa De Gregori) che cosa le hanno fatto vedere? Lo sa che siamo gli ultimi per la distribuzione dei vaccini? Lo sa che l’hub prenderà 24 euro a vaccinato? Lo dice Quaglia di Alisa, che è giusto perché a questi privati “vanno riconosciuti i costi organizzativi, del personale e delle attrezzature, che i medici di famiglia non sostengono”. Logico: se lavori nel tuo studio mica devi essere pagato, sennò che medico eroe sei? 24 euro x 500 persone al giorno x 180 giorni (tempo minimo sei mesi per vaccinare tutti) fa esattamente 2.160.000 euro. Ma scusa Quaglia, quali privati? Si tratta invece di un bel regalo della regione a sé stessa, un giro conto interno, mentre le piccole aziende falliscono e chiudono. Perché la Fiera del Mare SpA ha come soci Regione, Filse, Città Metropolitana, Camera di Commercio e Autorità Portuale. No, diciamo: allora fatelo gratis, visto che tutti questi enti sono al servizio del cittadino e pagate gli straordinari a medici e infermieri dei nostri ospedali. Poi il buon Figliuolo ha sentito che saranno anche le farmacie a distribuire il vaccino. Gli hanno spiegato che sono le aziende più colpite dalla pandemia, e questo vaccino le aiuterà in parte a risollevarsi. Non sappiamo quanto prendano. Di sicuro non lo fanno gratis, come i medici di base, che tanto sono ricchi di famiglia, sono immuni per natura dai virus e non hanno spese, lo dice Alisa. Comunque “andrà tutto bene” e “ce la faremo”, le due frasi più porta sfiga dell’immaginario collettivo nate lo scorso anno. Tutte con il verbo al futuro, perché, se avete notato, tutti i proclami politici regionali hanno solo parole al futuro, non si riferiscono mai al passato, tipo “abbiamo fatto”. Ai nostri gli è forse rimasta in testa la parola d’ordine, unica e categorica per tutti, vincere, e vinceremo! Ma gli è andata male. Un’ultima nota: a Bucci, che si è vaccinato in quanto categoria a rischio (per le elezioni future? si scherza, sindaco) il buon Figliuolo ha detto che è un eroe. Perché si è vaccinato? Ah, ecco, ritorna il pensiero del ventennio, perché siamo un popolo di eroi, santi e navigatori. E la Liguria lo è anche per conformazione fisiognomica e geografica.

La redazione de “La Voce del Circolo Pertini”

Nicola Caprioni, Angelo Ciani, Monica Faridone, Michele Marchesiello, Carlo A. Martigli, Giorgio Pagano, Pierfranco Pellizzetti

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Fondi del Recovery Plan all’industria militare: perché non per la riconversione?

Mancano i vaccini, le terapie intensive sono tuttora al limite e i decessi per Covid-19 nell’ultima settimana sono stati più di 3mila. Ma per le Commissioni Difesa di Camera e Senato la priorità a cui destinare i fondi europei del “Next Generation UE” sarebbe l’industria militare. Lo hanno votato all’unanimità spiegandone pure il motivo: «Incrementare la capacità militare dando piena attuazione ai programmi di specifico interesse volti a sostenere l’ammodernamento e il rinnovamento dello strumento militare». Tradotto: utilizziamo il “Recovery Plan” per nuovi armamenti. La proposta ha riscosso l’assenso del governo Draghi: il sottosegretario alla Difesa, Giorgio Mulè (Forza Italia) ha subito espresso apprezzamento sottolineando che «nei contenuti e perfino nella scelta dei vocaboli, corrisponde alla visione organica che ha il Governo del Piano di Ricostruzione e Resilienza».

La Rete Italiana Pace e Disarmo (che raduna 70 associazioni della società civile) considera inaccettabile la proposta. Innanzitutto perché al comparto militare-industriale è già indirizzato un flusso sovradimensionato di soldi pubblici: i Fondi Pluriennali di investimento e sviluppo infrastrutturale destinano alla Difesa ben 36,7 dei 143,9 miliardi di euro stanziati e di questi almeno 27 miliardi per l’acquisto di nuovi armamenti. Ma soprattutto perché questa scelta rappresenta l’esatto contrario degli obiettivi di “rinascita” che il Next Generation intende perseguire: innovazione, transizione ecologica e inclusione sociale. Nelle settimane precedenti Rete Pace e Disarmo aveva inviato al governo 12 proposte molto dettagliate – sviluppate anche con alcune rappresentanze sindacali – per destinare i fondi del Recovery Plan a favore dell’economia disarmata, della cooperazione e, non ultimo, della riconversione dell’industria militare: tutte finora ignorate. Per le Commissioni Difesa l’industria militare sarebbe “strategica dal punto di vista industriale” e per la “competitività del Paese”. E’ una bufala e va sfatata. I dati ufficiali, diffusi proprio dal settore industriale, evidenziano che il comparto armiero vale meno dell’1% sia del Pil che delle esportazioni nazionali e anche per tasso occupazionale: si tratta, in realtà, di un settore marginale per l’economia italiana.

Ma c’è di più. L’industria militare da diversi anni è sempre più calibrata sulle richieste dei “mercati esteri” rispetto alle reali esigenze del nostro Paese. La gran parte della produzione di sistemi militari è infatti destinata all’export. Ma – ed è qui il punto – più della metà delle esportazioni di armamenti non è per gli alleati dell’UE e della Nato, ma è diretta ad altri Paesi, soprattutto nella zona di maggior tensione del mondo: Nord Africa e Medio Oriente.

Il paradosso è evidente: l’industria militare italiana, che dovrebbe servire alla nostra difesa e sicurezza, fornendo buona parte della propria produzione a regimi autoritari e a Paesi in conflitto, alimenta le tensioni e l’insicurezza dalle quali dovrebbe difenderci. E’ un circolo vizioso ed è noto a chi è del mestiere. Che porta profitti soprattutto alle aziende e agli azionisti delle maggiori industrie a controllo statale (Leonardo e Fincantieri), ma che non contribuisce alla nostra sicurezza.

Non è un fenomeno solo italiano, ma europeo. Anche per questo i fondi UE del “Next Generation” dovrebbero essere destinati alla riorganizzazione dell’industria militare europea dismettendo i settori obsoleti, tagliando i doppioni e riconvertendo al settore civile – tra l’altro molto più remunerativo – le produzioni ridondanti. Ma occorre una decisione politica. L’occasione c’è. E, se davvero vogliamo dare un futuro ai giovani, sarebbe utile approfittarne. Non ne avremo un’altra.

Giorgio Beretta (Rete italiana Pace e Disarmo)

FATTI DI LIGURIA

 

La transizione savonese

In piena crisi di identità, Savona si appresta al turno elettorale del prossimo autunno, nel quale si rinnoveranno il Sindaco e il Consiglio Comunale.

In discussione però non ci sarà, semplicemente, l’operato dell’amministrazione di centro destra ma l’intero processo di transizione che a Savona ha accompagnato la fase di de-industrializzazione, di mutamento d’indirizzo del Porto Antico con l’avvento delle crociere, di superamento di quelli che erano stati i capisaldi dell’amministrazione di sinistra che aveva traghettato la Città nella ricostruzione del dopoguerra, dalla difesa della struttura produttiva, all’estensione dei servizi socio – sanitari fino alla valorizzazione delle periferie come sede dell’espansione dell’edilizia popolare (operazione quest’ultima non sempre pienamente riuscita).

Se si dovesse fornire una sintesi di massima nell’identificazione dei due periodi si potrebbe affermare che le amministrazioni di sinistra che avevano governato la Città fino agli anni ’90 avevano operato (tra gravi errori e contraddizioni, compresa la “questione morale” anni ’70 – ’80) comunque in funzione dell’interesse generale mentre quelle di centro-sinistra operanti a cavallo degli anni ’90 fino al primo decennio del 2000 hanno agito seguendo l’egemonia di interessi particolari e corporativi.

In questi ultimi venticinque anni Savona ha perduto il suo ruolo di capoluogo, la capacità di guida del comprensorio che aveva avuto all’epoca della felice intuizione del PRIS: si è verificato un frazionamento territoriale così che la piattaforma Maersk a Vado è sorta priva del necessario retroterra infrastrutturale e la conformazione dell’ “area industriale di crisi complessa” (gestita da Invitalia e che dal 2016 non ha fornito alcun risultato tangibile) ha compreso il Vadese e la Valbormida escludendo clamorosamente la Città.

Non a caso, questa “seconda fase” è stata caratterizzata dall’elezione diretta del Sindaco e dall’elezione diretta del Presidente della Regione (stupidamente denominato Governatore): una simbiosi istituzionale assolutamente negativa, nel caso della Liguria e di Savona, per imporre quel modello edilizio – trasportistico (vedi sudditanza alle crociere) che si è rivelato assolutamente deleterio. Nel frattempo si è persa la banca (ingoiata nel mare magnum della CARIGE), la titolarità della Camera di Commercio (finita nell’assurda Camera di Commercio delle Riviere), la presenza dell’Autorità Portuale (inglobata da Genova: con la presenza savonese mantenuta attraverso una non sorprendente continuità con il passato).

È difficile allora, in vista delle elezioni del prossimo autunno, individuare il sistema di potere verso il quale rivolgersi presentando una proposta alternativa.

Permangono vecchie incrostazioni dalle quali però non pare possano sorgere livelli di riferimento in grado di sviluppare una nuova dimensione di identità; l’amministrazione di centro destra uscente si presenta, paradossalmente ma non troppo, priva di un bilancio da sottoporre al giudizio delle elettrici e degli elettori: una situazione per certi versi paradossale ma vera.

Una città senza identità è una città priva di poteri costituiti.

In gioco ad ottobre ci sarà il completamento della transizione e l’avvio verso una fase decisamente diversa o il suo proseguimento all’infinito all’interno del tunnel del declino.

Sarà una questione di progettualità e di visione: le savonesi e i savonesi dovranno essere posti in condizione di saper scegliere a questo livello e non semplicemente nella dimensione di un minimalismo amministrativo che la Città non può più assolutamente permettersi.

Franco Astengo

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31 marzo 2021

 

 

PILLOLE

 

Mitologie interessate e Terzo Valico

Nella Prima Repubblica travolta da Tangentopoli venne diffusa la semplificazione che i privati potessero fare meglio, in modo più onesto ed efficiente del settore pubblico. Tesi ideologica che oggi giunge nelle aule di giustizia. Come le indagini sui lavori del Terzo Valico. Per l’accusa, dietro all’Alta velocità c’è il solito campionario di altre vicende italiane: appalti truccati, mazzette, serate con escort, commistioni di alto livello tra politica e imprenditoria, costi gonfiati. Il giudice per le indagini preliminari di Genova, Filippo Pisaturo, ha rinviato a giudizio oltre trenta persone. Nella loro richiesta, i pm Paola Calleri e Francesco Cardona Albini descrivono così il sistema: “Le gare venivano aggiudicate non applicando o distorcendo le norme del codice degli appalti”.

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Le scuole in Liguria: preoccupante fotografia di Legambiente

Almeno sei scuole su dieci non hanno ancora il certificato di agibilità, la metà degli istituti dispone di giardini e impianti sportivi ma solo il 27% li usa in orari extrascolastici, mentre raggiungere la scuola a piedi o in bici resta un miraggio. La fotografia di “Ecosistema scuola — Se non riparte la scuola non riparte il Paese”, 20° rapporto di Legambiente sulla sicurezza, l’efficientamento energetico, la mobilità sostenibile e i servizi dei 285 istituti liguri, con una popolazione di 57.357 persone. I dati si riferiscono al 2019 e non tengono ancora conto dei contributi straordinari arrivati dal Governo anche per gli interventi di edilizia scolastica. Uno stimolo per capire come spendere al meglio i fondi e quanto ci sia ancora da lavorare sulla riqualificazione degli spazi nelle scuole.

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Le devastazioni proseguono. E la giunta regionale tace

La Regione Liguria ha concesso a una società privata di effettuare ricerche minerarie nel parco del Beigua, aprendo una miniera di titanio a cielo aperto. Ora arriva un altro caso: la richiesta della società australiana Alta Zinc Ltd di autorizzare ricerche minerarie di oro in dieci siti nel levante ligure; tra la Val Graveglia, la Val Petronio e la Val di Vara. Compreso il Parco Regionale dell’Aveto.

Una realtà unica, di forte attrazione turistica come la miniera di Gambatesa nel comune di Ne, trasformata in un museo minerario, unico nel suo genere. Il sito nel comune di Maissana (SP) si trova a breve distanza dal sito archeologico della Valle delle punte di freccia. Solo luogo in Europa con tracce di una cava preistorica dove si lavorava il diaspro per ricavarne punte di freccia.

 

 

EDITORIALI

 

Liguria, terra di mafie

Lo sapevate che Wikipedia ha una serie di voci ‘’Ndrangheta in…’, dedicate a ogni singola regione italiana? La criminalità organizzata non è più da tempo, nel nostro Paese, un fenomeno banalmente ‘criminale’, diffuso ma sostanzialmente isolato e ben individuabile. Le mafie si sono intrecciate alla storia stessa del Paese, adattandosi perversamente alle caratteristiche delle varie regioni; operazione che non si può dire essere riuscita alla politica nazionale.

Quanto alla Liguria, niente di più vero.

La ‘ndrangheta - ancor più della mafia – ha svolto da noi, con successo, una vera e propria funzione pionieristica nel processo di integrazione-sfruttamento in base alle caratteristiche socio-economico-geografiche della Liguria; di quella di Ponente in particolare.

“La Liguria rappresenta una regione storicamente appetibile per le principali organizzazioni criminali di tipo mafioso in ragione di molteplici fattori, taluni di natura prettamente geografica. Terra di confine, costituisce tuttora una base logistica per la gestione di latitanti che passando per Ventimiglia trovano rifugio nelle contigue località francesi; terra di mare, offre strategici snodi portuali in cui far confluire partite illecite di droga; terra di immigrazione, dalla seconda metà degli anni ’40, diviene residenza di esponenti criminali che si mimetizzano all’interno dei flussi migratori provenienti soprattutto da Sicilia e Calabria(...); infine terra del gioco d’azzardo, col casinò di Sanremo, da decenni rappresenta una tra le principali sedi del riciclaggio di denaro di illecita provenienza” (fonte: ‘Osservatorio sulla Criminalità Organizzata, CROSS, Rapporto per la Presidenza della Commissione Parlamentare Antimafia’, 2015).

La politica, nelle sue espressioni partitiche locali e nazionali, non solo non si è mostrata capace di contrapporsi a questo fenomeno potenzialmente devastante, ma ha volenterosamente accettato di farsene complice e vettore; a volte addirittura partecipe.

A partire proprio dalla Liguria e da un caso risalente al 1983, che anticipava e segnalava a livello locale la gravità di un degenerare della politica in senso esplicitamente e diffusamente criminale.

Il caso Teardo precede ‘Mani Pulite’ , ma già ne indica spietatamente le caratteristiche : il ricorso alla violenza e all’intimidazione; la scelta delle opere e dei lavori pubblici, effettuata non in base alle effettive necessità, ma in base alla redditività in termini di tangenti e potere di controllo elettorale sul territorio.

In Liguria – come in seguito in Italia – si è riusciti a volte, grazie all’azione e al sacrificio di polizia e magistratura, a smantellare specifiche strutture criminali di stampo mafioso, camorristico o ‘ndranghetoso. Ma , in Liguria come in Italia, non si è mai riusciti a incidere e portare allo scoperto l’intreccio perverso che lega la politica alla criminalità organizzata. Ora il primo ‘vero’ processo alla ‘ndrangheta si svolge a Catanzaro nel silenzio quasi assoluto dei ‘media’, così presi dalla pandemia del Covid, da trascurare l’altra pandemia, quella della criminalità organizzata.

Si arresta, si confisca, si condanna (a volte definitivamente ), si ‘taglia’, se si è coraggiosi e fortunati, un tentacolo della piovra. Ma cento altri ne sorgono , spinti dalla forza apparentemente irresistibile della corruzione, dell’intimidazione, dello scorrere apparentemente illimitato di denaro sporco, favoriti da una classe politica supina e a volte complice.

In questo senso la Liguria – in particolare la Liguria del Ponente – può a tutti gli effetti riconoscersi come ‘terra di mafia’.

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Il Sindaco seppellisce la baia di Lerici nel calcestruzzo

Il progetto che l'Amministrazione lericina vuole portare a termine sulla rada di Lerici sarebbe dirompente per uno dei borghi più famosi al Mondo, nel Golfo dei Poeti. Un progetto impattante e irreversibile che cambierebbe completamente Lerici per come è conosciuta. "Pontili galleggianti" ha scritto il Sindaco sul suo programma elettorale (poche righe senza spiegare il vero progetto), in realtà un vero e proprio porticciolo con centinaia di metri di pontili in calcestruzzo che si intersecano tra loro e che occuperebbero metà (metà) della baia, sotto al borgo e al Castello medievale. Per 430 persone.

Sott'acqua 320 "corpi morti" del peso tra i 12 e le 14 tonnellate cad. per un totale sott'acqua di oltre 4-300 tonnellate in cemento. Parlano di "razionalizzazione" e di "riordino", quando in realtà è tutto ordinato e in sicurezza. Certo, le barche sono tante (1.200), ma né abusive né disordinate. In teoria si tratterebbe di mero trasferimento di una parte (430) da gavitello a pontile, per "una razionalizzazione", che non si capisce in cosa costituirebbe.

Il 70% delle barche sono sotto i sei metri, di residenti, gestite da associazioni sportive (chiamate "catenarie"), attuali concessionarie, formate da volontari, le maggiori formate in gran parte da lericini. Una vera "nautica sociale" che non vuol dire che i titolari siano poveri pensionati che non possono permettersi di più -anche quello e sono tanti- ma vuol dire identità culturale di liguri che utilizzano la barca per piacere.

Il Sindaco, che ha vinto le recenti elezioni con una percentuale di voti alta, dice che il progetto è nel suo programma, che l'hanno votato e che quindi lui va avanti. Non è proprio così. Tanto per cominciare non è un monarca assoluto, ha preso 3.200 voti su oltre 7.500 aventi diritto, e sul programma sono indicate poche righe con indicazione generica "pontili galleggianti" quasi fossero quattro pontili in legno, non quel progetto impattante che è. Inoltre tanti suoi elettori sono contrari. In ogni caso, non trattandosi di scegliere la tipologia dei lampioni, o l'apertura o meno della ZTL, ma di un'opera che cambierebbe per sempre il paese, un'opera da sempre divisiva, deve stare a sentire tutti, anche e maggiormente i cittadini che non hanno la barca. In maniera sdegnosa (sui media e in TV) il Sindaco ha addirittura detto che è l'ora di finirla con quelle barchette in plastica, sbeffeggiando la maggioranza dei suoi concittadini che hanno piccole barche appunto in vetroresina/plastica.

Gli impatti sono davvero molti.

Impatto ambientale e sulla qualità del mare: una mole così alta di pontili sarebbe oltremodo dirompente per la qualità delle acque, con minor circolazione.

Impatto paesaggistico: una massa esagerata di imbarcazioni raccolte dentro la baia, nella parte più preziosa, a ridosso del Castello medievale, altererebbe le proporzioni e la naturalezza del paesaggio, trasformando Lerici in uno dei tanti luoghi finti in giro per il mondo

Impatto sociale e crisi dell'identità locale e culturale.

Impatto sul turismo: sono visioni fuori dal tempo, il viaggiatore moderno oggi vuole la bellezza, la particolarità, la caratterizzazione, la "ligusticità", i servizi certo, ma non un "non luogo" come diventerebbe.

Senza contare gli impatti sulla sicurezza e le difficoltà tecniche (che ci sono) dovute alle condizioni meteo marine. Lerici è esposta al libeccio e ogni anno arrivano mareggiate medie e forti e, ogni tot, fortissime come quella del 2018 che ha spaccato muri, banchine, pontili dei vaporetti, con onde verso la Calata superiori ai due metri. Come si può anche solo immaginare un'opera del genere, con le condizioni meteo che ogni anno si fanno sempre più critiche?

Oltretutto ci sono delle grosse incongruenze nel progetto circa il moto ondoso e l'insabbiamento.

E poi per un anno almeno Lerici sarebbe per aria: in mare (levare i gavitelli, togliere corpi morti e catene vecchie, far spostare centinaia di barche -messe dove e chi paga?-, posizionare i pontili e le centinaia di corpi morti, bonificare da ordigni, ecc.) e a terra (cantieri, mezzi, camion….). Ma perché? Perché?

Sarebbe meglio utilizzare risorse e tempo per la qualità delle acque, per il sistema fognario, per il dissabbiamento della baia, fenomeno che in poco più di 20 anni ha causato un cambiamento dei fondali.

Lerici si sta muovendo, i cittadini stanno iniziando a capire, io sto facendo da collettore. Alla tradizionale resistenza della Società Marittima di Mutuo Soccorso, una delle società più antiche d'Italia, che ha guidato negli anni il dissenso, si sono unite le associazioni ambientaliste, in primis Legambiente, si è formato il “Comitato per la tutela della rada di Lerici contro l’installazione dei pontili galleggianti”, di cui fanno parte cittadini di ogni estrazione ed età, si stanno raccogliendo firme, (ormai verso il migliaio e tanti gli elettori del Sindaco) e ci si muoverà anche a livello istituzionale. C’è stata una presa di posizione forte e decisa anche delle minoranze in Consiglio Comunale che si sono espresse chiaramente in Consiglio e sui media.

E' in gioco il futuro di Lerici. Auspichiamo che il Sindaco torni sui suoi passi anche perché non si capisce il perché -solo per un mero trasferimento di imbarcazioni e per una parvenza di "riordino"?- si voglia fare una cosa del genere. Lerici non ha bisogno di questi progetti, solo di servizi, qualità del mare, sviluppo serio per i giovani e le attività commerciali, una visione moderna in linea con i dettami europei, ripresi anche da Draghi nel suo discorso d'insediamento, dal Papa stesso sull'ambiente.

Bernardo Ratti

Presidente della Società Marittima di Mutuo Soccorso di Lerici

 

La redazione de “La Voce del Circolo Pertini”

Cristina Bicceri, Nicola Caprioni, Angelo Ciani, Monica Faridone, Michele Marchesiello, Carlo A. Martigli, Giorgio Pagano, Pierfranco Pellizzetti

 

 

FATTI DI LIGURIA

 

Le povertà sono di due tipi. Il caso Liguria

Secondo i dati Istat 2020, gli occupati in Liguria si riducono a 601.258 (-10.509:-1,71% sul 2019), con la maglia nera che va ai servizi: il sett ore che presenta il maggiore calo occupazionale, perdendo 11.659 post di lavoro (-2,42%). In percentuale, il trend più negativo è quello del comparto commercio-turismo, con meno 5.482 posti di lavoro (-3,9%); mentre a valore assoluto le altre attività dei servizi calano di 6.179 unità (-1,81%). Dunque, un dato gravissimo; che richiede di essere urgentemente affrontato mediante ammortizzatori sociali. Ma che – secondo lo scrivente – è sbagliato ricondurre allo schema-modello del reddito di cittadinanza attualmente in vigore. Ossia l’equivoco che continua a perdurare nel dibattito pubblico italiano riguardo all’istituto; largamente influenzato dal clima ideologico degli scorsi decenni, in cui l’impresa diventa il criterio regolatore, l’occupabilità l’unica legittimazione (e uno come Matteo Renzi, in piena pandemia, può pretendere “investimenti e non sussidi”). Ecco – dunque – quanto qui si reputa un grave errore: legare all’esercizio di un ruolo produttivo il diritto alle condizioni minime di vita degna. Per cui il principio, proprio delle democrazie avanzate, di un diritto civile, sociale e politico alla dignità economica, è stato trasformato dal legislatore Cinquestelle in nient’altro che un sussidio alla disoccupazione. Non certo l’abolizione della miseria. Equivoco che nasce dalla confusione analitica tra povertà assoluta e relativa. Quando la scienza socio-demografica distingue nettamente tra le due povertà: per cui è indigenza assoluta quella “di chi non riesce a provvedere ad alcune funzioni vitali che gli assicurino la sopravvivenza” (in Italia 5,6 milioni di persone), quella relativa riguarda “chi si trova ad avere meno (o molto meno) di altri che vivono nella stessa comunità” (attualmente 9 milioni). Con un’ulteriore differenza: se quest’ultima forma di vulnerabilità può essere temporanea e dipende in larga misura dalla disoccupazione del soggetto, ovviabile mediante adeguate politiche attive del lavoro e supportata nel frattempo con puntuali sussidi di sopravvivenza (alla faccia di Matteo Renzi!), la povertà assoluta corrisponde – in linea generale - a una condizione permanente e non modificabile: anziani soli e a ridotta mobilità, disabili, portatori di handicap, ecc. Dunque, una parte della popolazione strutturalmente indisponibile a svolgere quei ruoli lavorativi che le odierne ideologie (work-line) pretenderebbero come irrinunciabile contropartita al riconoscimento dei diritti sociali. E – per quanto riguarda la Liguria – si tratta di una popolazione oscillante tra i 140 e i 150 mila soggetti (qualcosa come il 10% degli abitanti; mentre la povertà relativa era data al 12,9% nel 2019). Dati che sono segnalati in forte crescita nell’attuale biennio pandemico.

Questa la premessa per un riposizionamento su scala regionale delle politiche di contrasto della disuguaglianza e della miseria. Nella consapevolezza degli attuali limiti concettuali degli approcci a questo tema drammatico, che vanno dalla sottostima dello stato comatoso che affligge il mercato del lavoro alla sovrastima delle potenzialità messe in campo dalle politiche di attivazione del workfare, l’occupabilità. Per quanto concerne lo specifico della povertà assoluta, il deprezzamento della funzione distributiva, della protezione sociale e dell’assistenza ai più vulnerabili.

PFP

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15 marzo 2021

 

 

PILLOLE

 

Il lamento dei signori della sanità genovese

Introducendo il numero monografico sulla sanità di Genova Impresa, l’house organ degli industriali, il presidente della Sezione Sanità della locale Confindustria – Francesco Berti Riboli – ci ha fornito un perfetto esempio di vittimismo ricattatorio, nella regione in cui la sanità pubblica è stata sistematicamente saccheggiata per decenni, mentre giungevano gli echi dei traffici della politica con il business. Scrive l’illustre personaggio: «Confindustria rappresenta le imprese private del settore: imprese che alcuni anni fa avevo definito con un gioco di parole private spesso del diritto di esistere». Un gioco di parole che a Napoli si chiama “chiagne e fotte”. Dalle nostre parti, “chi nu cianze nu tetta”.

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Operai in mensa e operai con la gamella, a Fincantieri

Il cantiere del Muggiano, insieme al gemello di Riva Trigoso, costituisce la divisione militare di Fincantieri. Ad oggi ha un carico di lavoro importante, che garantirà lavoro alle maestranze per i prossimi anni, con un aumento di circa 500 posti di lavoro. Fa clamore la notizia degli operai che mangiano per strada, in piedi e senza riparo. Situazione paradossale: il cantiere dispone di un ampio parcheggio e una mensa aziendale per i dipendenti; mentre i lavoratori delle ditte d’appalto devono rischiare la multa per divieto di sosta o viaggiare in autobus. Alla mensa non hanno diritto. Questa è la nuova logica imprenditoriale: dividere i lavoratori tra i garantiti, percentualmente in diminuzione, e quelli non. Come a Riva Trigoso. Si sa: i lavoratori si governano meglio divisi.

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Il ritorno del sciur padrun da li beli braghi bianchi

Dal Secolo XIX del 4 marzo: «Genova, i portuali confermano lo sciopero. Confindustria: “Ricordino che oggi il lavoro è un privilegio”». Prendiamone nota. In attesa che l’organizzazione guidata dal falco Carlo Bonomi (teorico del principio che gli interessi dell’impresa durante la pandemia comprendono il diritto a infettare) ci prepari il ritorno alla giornata di dodici ore e al lavoro minorile. A quando il ripristino del regime “coltello e bicchiere” ad opera dei “confidenti”? Le squadracce di vigilantes che alla fine dell’Ottocento imponevano un regime del terrore nel porto di Genova: i camalli dovevano spendere il magro salario nelle osterie di questi prezzolati, per tenerli a bada e boicottare il regime della chiamata autogestita dai lavoratori. E sbudellare chi protestava.

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Alisa, o dell’arte di gettare fumo negli occhi (dei liguri)

Da la Repubblica del 6 marzo: «Un disavanzo complessivo di 64 milioni di euro. Con queste cifre la Regione Liguria ha chiuso il 2019. E per la Procura Regionale della Corte dei Conti “è il peggiore disavanzo d’Italia, secondo soltanto a quello del Molise”. Un buco per buona parte determinato dal “fallimento del sistema sanitario della Liguria”. Se per la Regione “il punto di forza del piano era rappresentato dalla istituzione dell’Agenzia Ligure Sanitaria (ALISA)”, la Procura della Corte dei Conti afferma: “Alisa non è riuscita a conseguire gli obiettivi”. “Ed i risultati consolidati del servizio regionale per gli anni 2017-2019 sono stati tutti con il segno negativo: 56 milioni nel 2017, nel 2018 ben 56 milioni e 64 milioni di euro nel 2019”.

 

 

EDITORIALI

 

La minaccia dell’amianto e del titanio sul Parco del Beigua

Riceviamo dal Comitato spontaneo Amici del Tariné

Bric Tariné. Il nome di un monte situato al confine dei comuni di Sassello e Urbe in provincia di Savona. Potrebbe essere una montagna qualsiasi, in mezzo a tante altre cime liguri racchiuse nel Parco Naturale Regionale del Beigua. E allora – vi chiederete – dove sta il problema?

Questo monte nasconde nelle sue profonde viscere un materiale prezioso, il titanio. Per questo motivo è nelle mire da quasi cinquant'anni di compagnie che vorrebbero estrarlo e trarne profitto.

E allora vi chiederete dove sia il problema? Avere sotto ai piedi una tale ricchezza e non usufruirne? La risposta non è così scontata e semplice. Questo giacimento contiene una piccola percentuale di titanio racchiuso nella roccia, che andrebbe spaccata e lavorata, in cui sono state riscontrate presenze di amianto blu e altri minerali, che se smossi avrebbero impatto negativo sulla salute. Per estrarlo sarebbe necessario sventrare la montagna con una gigantesca cava a cielo aperto che devasterebbe tutto il territorio circostante e causerebbe danni irreversibili alla zona, al paesaggio, alla flora, alla fauna e alla popolazione. Infatti la cava sorgerebbe vicino a numerosi centri abitati e nei pressi dei rivi che danno vita al fiume Orba.

L'elemento che di certo si contrappone maggiormente a questa operazione mineraria è che la zona in questione è un'area protetta. Siamo nel Parco del Beigua, sito Unesco, European Global Geopark. E le aree circostanti sono anch'esse sotto tutela, Zone a Protezione Speciale.

Questi sono i motivi per cui un'azione del genere non dovrebbe nemmeno essere presa in considerazione. Negli anni le richieste sono state più volte respinte. Si pensava che con la risposta negativa arrivata dal TAR della Regione pochi mesi fa la questione potesse considerarsi definitivamente chiusa e invece a distanza di brevissimo tempo la ditta incaricata ci riprova chiedendo sondaggi non invasivi per tre anni spostando di qualche centinaio di metri le zone "interessanti". E la Regione, con un atto dirigenziale fatto con leggerezza, li ha concessi.

Da questo è iniziata la battaglia, l'ennesima, di abitanti, villeggianti, frequentatori e amanti di questi luoghi, appoggiati dagli enti comunali, comitati e associazioni di ogni genere e colore politico per impedire che si arrivi un giorno a quello che, è palese, sia il fine ultimo.

Comitato spontaneo Amici del Tariné

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Da che parte sta il nostro “Governatore”

Secondo Agatha Christie tre indizi diventano una prova. Il criterio per appurare da che parte stia effettivamente Giovanni Toti; il nostro ilare presidente di Regione Liguria, prestato alla politica da Mediaset. Che se la ride mentre l’ente da lui presieduto indossa la maglia nera per come affronta la catastrofe mortale del Coronavirus.

Primo indizio: dopo essere stato fervido sostenitore del nuovo governo (fino a quando non ha ricevuto in cambio poltrone ministeriali), ora arriva alla blasfemia di inveire contro sua Santità Mario Draghi, reo di non “cambiare passo” (alla stregua di un Giuseppe Conte qualunque) in materia di chiusure di luoghi pubblici; calpestando gli interessi di quanti – sulla scia della Confindustria di Bonomi e Guzzini (il presidente degli industriali di Macerata che esortava ad aprire tutto infischiandosene se ci scappano i morti) – pretenderebbe di anteporre il sacro diritto economico al divieto di contagiare. Un attacco - in quanto vice presidente di Conferenza delle Regioni - che lo ha perfino portato in rotta di collisione con il suo alleato Stefano Bonaccini, renziano sotto mentite spoglie e presidente della Conferenza. Secondo indizio: si chiudano a piacere le scuole ma non si tocchi un focolaio di infezioni come il festival di San Remo, lisciando il pelo a chi rifiuta qualsivoglia disciplinamento che antepone il bene comune al capriccio individuale. Ma suscitando lo sdegno di uno studente spezzino diciottenne, che gli ha indirizzato una lettera aperta apparsa sul Secolo XIX e Il Fatto Quotidiano: chiudere la scuola “è andare alla ricerca di un capro espiatorio per i propri fallimenti”. Ultimo, ma non certo ultimo, l’attacco permanente a quanto sopravvive - di un paesaggio che fu straordinario - all’azione distruttiva di speculatori e di politici reggicoda; creando ulteriori opportunità di cementificazione: dal parco di Portofino all’isola di Palmaria, dall’Aveto al Beigua. Spie della volontà di cavalcare la condiscendenza ipocrita; il più spudorato lassismo.

La prova ricavata è lo smascheramento del costante lavorio - fatto di favori indebiti e strizzatine d’occhi ammiccanti - per aggregare quanto una Sinistra d’altri tempi avrebbe definito “un blocco sociale”. Allora si trattava di alleanze strategiche tra aristocrazie del lavoro e borghesie imprenditoriali, di operai del Nord e braccianti al Sud. Ora è soltanto un aggregato di avidità e menefreghismo che, nelle intenzione del pericoloso giuggiolone alla presidenza ligure, dovrebbe garantirgli l’ingombrante e incongrua posizione di country-boss per i tempi a venire. E saccheggi da legittimare.

 

La redazione de “La Voce del Circolo Pertini”

Cristina Bicceri, Nicola Caprioni, Angelo Ciani, Monica Faridone, Michele Marchesiello, Carlo A. Martigli, Giorgio Pagano, Pierfranco Pellizzetti

 

 

FATTI DI LIGURIA

 

Del “modello Genova”

Più si allontana nel tempo l’immagine del nuovo ponte sul Polcevera, più si affievolisce la giustificata emozione che si è accompagnata alla sua inaugurazione; tanto più sbiadito, opaco, se non addirittura imbarazzante è divenuto il richiamo al ‘modello Genova’, elevato al rango di mito.

Ogni mito – è noto – serve soprattutto a rassicurare circa la non ripetibilità di quanto da esso rappresentato, nel bene come nel male.

Il mito del ‘modello Genova’ serve ormai a richiamare l’attesa di un evento miracoloso e irripetibile : la palingenesi dell’altro, quanto diverso, sistema. Quello dei pubblici appalti.

Infatti il ‘sistema’ degli appalti pubblici si contrappone radicalmente a quello che ha assunto il nome della nostra città, in genere legato a eventi luttuosi o deprimenti.

Il primo, il sistema degli appalti pubblici, si rivela soprattutto per la propria paradossale a-sistematicità. Farraginoso e burocratico accumularsi di provvedimenti presi sulla spinta di esigenze ‘politiche’ contingenti, quel complesso normativo è il frutto – malato – di un’esigenza reale: contrastare la criminalità organizzata che negli appalti pubblici, grazie alla corruzione, ha visto e continua a vedere la principale fonte di guadagni illeciti. L’idea è che lo strumento normativo valga di per sé a combattere quel fenomeno.

Accade in realtà che proprio dalla complessità formale e farraginosa di quell’insieme eterogeneo di norme, destinate a combatterla, la criminalità organizzata riesca a trarre paradossali vantaggi.

L’ANAC, che sotto la guida del buon Raffaele Cantone sembrava indirizzata a mettere al sicuro gli appalti dagli attacchi famelici delle mafie e della corruzione, è oggi in manifesto stato di crisi; se non sul punto di gettare la spugna.

La politica, come noto, ha le sue gatte da pelare, mentre la PA rimane in perenne attesa di una riforma che nessuno sembra in grado di immaginare.

Rispetto a questa situazione, la realizzazione in tempi brevissimi del Ponte di Genova sembra non solo un miracolo tecnologico, ma – soprattutto – un miracolo del ‘saper fare‘ italiano , i cui successi all’estero non sono in genere riscontrabili in patria.

Il ‘miracolo’ genovese è stato - lo sappiamo – il convergere irripetibile di alcune circostanze: una situazione altamente drammatica e senza precedenti; il ‘saper fare’ italiano messosi a disposizione per intervenire nelle sue forme private come in quelle pubbliche; la disponibilità di una tecnologia d’avanguardia e di mezzi finanziari apparentemente illimitati; la assoluta prevalenza accordata alla necessità di realizzare l’opera nei tempi più brevi; la scelta – imposta da circostanze straordinarie - di scavalcare senza esitazione la normativa ordinaria in favore della più agile normativa europea.

Questo complesso di circostanze non può divenire ‘sistema’ o modello da replicare nell’ordinario.

I miracoli , proprio perché tali, non fanno ‘sistema’, anche se molti in Italia sembrano convinti del contrario.

L’ordinario è molto più complicato e difficile da affrontare.

Un insieme di norme, anche il più perfetto, non può supplire all’azione – o all’inerzia - di chi deve applicarle, farle rispettare e soprattutto rispettarle. La legge non offre mai un rifugio a chi sfugge dalla responsabilità e da quella che gli anglosassoni chiamano accountability; con un termine non a caso intraducibile nella nostra lingua.

La responsabilità riguarda i risultati che una comunità richiede vengano realizzati da chi è investito di funzioni pubbliche o comunque di interesse generale. L’accountability richiede che i processi o i procedimenti attuati per il conseguimento di quei fini o di quei risultati siano – in ogni momento – trasparenti, accessibili , verificabili.

La strada della responsabilità, come quella dell’accountability è difficile, impervia, spesso avara di soddisfazioni, ma deve a tutti i costi essere percorsa , se si vuole evitare di affidarsi ai miracoli.

O alle tragedie.

MM

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