LETTERA A PRIMO LEVI 

Carissimo amico,

io sono una di quelle senza capelli e senza nome, senza più forza

per ricordare.

Io sono una di quelle che attraverso i tuoi libri ha scoperto anche

se stessa.

Tu hai trovato le parole che cercavo: indicibile, vergogna, stupore.

Tu senza odio hai fatto la cronaca antiretorica di Auschwitz,

hai descritto quello che anche io avevo visto, schiacciata

dalla nostalgia,

dalla fame, dalla solitudine. Più tardi sono diventata una tua

lettrice silenziosa, libro dopo libro.

Baracche, kapo’, torturatori, assassini, colori, odori, lingue

sconosciute, fuoco, fumo nel vento di Auschwitz. Siamo

sommersi o siamo salvati? Nel numero tatuato c’è la nostra

profonda identità. Vittime? Persone nuove, vive per caso, e per

questo gelose e incapaci anche tu, anche tu di dire l’indicibile.

Ti chiesi al tempo dell’uscita del tuo ultimo libro, ti scrissi

dicendoti che io mi credevo salvata, salva forse, se non per

sempre, almeno in parte. Tu mi rispondesti che non c’era

speranza, non c’era speranza per noi che avevamo visto il

MALE: eravamo stati inghiottiti da quel male estremo.

Ma allora chi saranno i salvati? Tu avevi capito, resta allora

soltanto la memoria, sempre più difficile farsi capire dalle nuove

generazioni, ma compito irrinunciabile finché avrà vita l’ultimo

testimone.

 

Ti ringrazio amico mio, caro maestro. Anche io con te non

perdono e non dimentico.

 Liliana Segre 75190



Discorso tenuto da Giacomo Matteotti alla Camera dei deputati il 30 maggio 1924. Il Segretario del partito socialista unitario fu assassinato undici giorni dopo dal regime fascista

 

Presidente. Ha chiesto di parlare l’onorevole Matteotti. Ne ha facoltà. Giacomo Matteotti. Noi abbiamo avuto da parte della Giunta delle elezioni la proposta di convalida di numerosi colleghi. Nessuno certamente, degli appartenenti a questa Assemblea, all’infuori credo dei componenti la Giunta delle elezioni, saprebbe ridire l’elenco dei nomi letti per la convalida, nessuno, né della Camera né delle tribune della stampa. (Vive interruzioni alla destra e al centro) Dario Lupi. È passato il tempo in cui si parlava per le tribune! Giacomo Matteotti. Certo la pubblicità è per voi un’istituzione dello stupidissimo secolo XIX. (Vivi rumori. Interruzioni alla destra e al centro). Comunque, dicevo, in questo momento non esiste da parte dell’Assemblea una conoscenza esatta dell’oggetto sul quale si delibera. Soltanto per quei pochissimi nomi che abbiamo potuto afferrare alla lettura, possiamo immaginare che essi rappresentino una parte della maggioranza. Ora, contro la loro convalida noi presentiamo questa pura e semplice eccezione: cioè, che la lista di maggioranza governativa, la quale nominalmente ha ottenuto una votazione di quattro milioni e tanti voti... (Interruzioni). Voci al centro: "Ed anche più!" Giacomo Matteotti. ... cotesta lista non li ha ottenuti, di fatto e liberamente, ed è dubitabile quindi se essa abbia ottenuto quel tanto di percentuale che è necessario (Interruzioni. Proteste) per conquistare, anche secondo la vostra legge, i due terzi dei posti che le sono stati attribuiti! Potrebbe darsi che i nomi letti dal Presidente: siano di quei capilista che resterebbero eletti anche se, invece del premio di maggioranza, si applicasse la proporzionale pura in ogni circoscrizione. Ma poiché nessuno ha udito i nomi, e non è stata premessa nessuna affermazione generica di tale specie, probabilmente tali tutti non sono, e quindi contestiamo in questo luogo e in tronco la validità della elezione della maggioranza (Rumori vivissimi). Vorrei pregare almeno i colleghi, sulla elezione dei quali oggi si giudica, di astenersi per lo meno dai rumori, se non dal voto. (Vivi commenti - Proteste - Interruzioni alla destra e al centro) Maurizio Maraviglia. In contestazione non c’è nessuno, diversamente si asterrebbe! Giacomo Matteotti. Noi contestiamo.... Maurizio Maraviglia. Allora contestate voi! Giacomo Matteotti. Certo on. Maraviglia, sarebbe Maraviglia se contestasse lei! L’elezione, secondo noi, è essenzialmente non valida, e aggiungiamo che non è valida in tutte le circoscrizioni. In primo luogo abbiamo la dichiarazione fatta esplicitamente dal governo, ripetuta da tutti gli organi della stampa ufficiale, ripetuta dagli oratori fascisti in tutti i comizi, che le elezioni non avevano che un valore assai relativo, in quanto che il Governo non si sentiva soggetto al responso elettorale, ma che in ogni caso - come ha dichiarato replicatamente - avrebbe mantenuto il potere con la forza, anche se... (Vivaci interruzioni a destra e al centro. Movimenti dell’onorevole Presidente del Consiglio) Voci a destra: "Sì, sì! Noi abbiamo fatto la guerra!" (Applausi alla destra e al centro). Giacomo Matteotti. Codesti vostri applausi sono la conferma precisa della fondatezza dei mio ragionamento. Per vostra stessa conferma dunque nessun elettore italiano si è trovato libero di decidere con la sua volontà... (Rumori, proteste e interruzioni a destra) Nessun elettore si è trovato libero di fronte a questo quesito... Maurizio Maraviglia. Hanno votato otto milioni di italiani! Giacomo Matteotti. ... se cioè egli approvava o non approvava la politica o, per meglio dire, il regime del Governo fascista. Nessuno si è trovato libero, perché ciascun cittadino sapeva a priori che, se anche avesse osato affermare a maggioranza il contrario, c’era una forza a disposizione del Governo che avrebbe annullato il suo voto e il suo responso. (Rumori e interruzioni a destra) Una voce a destra: "E i due milioni di voti che hanno preso le minoranze?" Roberto Farinacci. Potevate fare la rivoluzione! Maurizio Maraviglia. Sarebbero stati due milioni di eroi! Giacomo Matteotti. A rinforzare tale proposito del Governo, esiste una milizia armata... (Applausi vivissimi e prolungati a destra e grida di "Viva la milizia") Voci a destra: "Vi scotta la milizia!" Giacomo Matteotti. ... esiste una milizia armata... (Interruzioni a destra, rumori prolungati) Voci: "Basta! Basta!" Presidente. Onorevole Matteotti, si attenga all’argomento. Giacomo Matteotti. Onorevole Presidente, forse ella non m’intende; ma io parlo di elezioni. Esiste una milizia armata... (Interruzioni a destra) la quale ha questo fondamentale e dichiarato scopo: di sostenere un determinato Capo del Governo bene indicato e nominato nel Capo del fascismo e non, a differenza dell’Esercito, il Capo dello Stato. (Interruzioni e rumori a destra) Voci: a destra: "E le guardie rosse?" Giacomo Matteotti. Vi è una milizia armata, composta di cittadini di un solo Partito, la quale ha il compito dichiarato di sostenere un determinato Governo con la forza, anche se ad esso il consenso mancasse. (Commenti) In aggiunta e in particolare... (Interruzioni) mentre per la legge elettorale la milizia avrebbe dovuto astenersi, essendo in funzione o quando era in funzione, e mentre di fatto in tutta l’Italia specialmente rurale abbiamo constatato in quei giorni la presenza di militi nazionali in gran numero... (Interruzioni, rumori) Roberto Farinacci. Erano i balilla! Giacomo Matteotti. È vero, on. Farinacci, in molti luoghi hanno votato anche i balilla! (Approvazioni all’estrema sinistra, rumori a destra e al centro) Voce al centro: "Hanno votato i disertori per voi!" Enrico Gonzales. Spirito denaturato e rettificato! Giacomo Matteotti. Dicevo dunque che, mentre abbiamo visto numerosi di questi militi in ogni città e più ancora nelle campagne (Interruzioni), gli elenchi degli obbligati alla astensione, depositati presso i Comuni, erano ridicolmente ridotti a tre o quattro persone per ogni città, per dare l’illusione dell’osservanza di una legge apertamente violata, conforme lo stesso pensiero espresso dal Presidente del Consiglio che affidava ai militi fascisti la custodia delle cabine. (Rumori) A parte questo argomento del proposito del Governo di reggersi anche con la forza contro il consenso e del fatto di una milizia a disposizione di un partito che impedisce all’inizio e fondamentalmente la libera espressione della sovranità popolare ed elettorale e che invalida in blocco l’ultima elezione in Italia, c’è poi una serie di fatti che successivamente ha viziate e annullate tutte le singole manifestazioni elettorali.(Interruzioni, commenti) Voci: a destra: "Perché avete paura! Perché scappate!" Giacomo Matteotti. Forse al Messico si usano fare le elezioni non con le schede, ma col coraggio di fronte alle rivoltelle. (Vivi rumori. Interruzioni, approvazioni all’estrema sinistra) E chiedo scusa al Messico, se non è vero! (Rumori prolungati) I fatti cui accenno si possono riassumere secondo i diversi momenti delle elezioni. La legge elettorale chiede... (Interruzioni, rumori) Paolo Greco. È ora di finirla! Voi svalorizzate il Parlamento! Giacomo Matteotti. E allora sciogliete il Parlamento. Paolo Greco. Voi non rispettate la maggioranza e non avete diritto di essere rispettati. Giacomo Matteotti. Ciascun partito doveva, secondo la legge elettorale, presentare la propria lista di candidati... (Vivi rumori) Giacomo Matteotti. La presentazione delle liste - dicevo - deve avvenire in ogni circoscrizione mediante un documento notarile a cui vanno apposte dalle trecento alle cinquecento firme. Ebbene, onorevoli colleghi, in sei circoscrizioni su quindici le operazioni notarili che si compiono privatamente nello studio di un notaio, fuori della vista pubblica e di quelle che voi chiamate "provocazioni", sono state impedite con violenza. (Rumori vivissimi) Giuseppe Bastianini. Questo lo dice lei! Voci dalla destra: "Non è vero, non è vero." Giacomo Matteotti. Volete i singoli fatti? Eccoli: ad Iglesias il collega Corsi stava raccogliendo le trecento firme e la sua casa è stata circondata... (Rumori) Maurizio Maraviglia. Non è vero. Lo inventa lei in questo momento. Roberto Farinacci. Va a finire che faremo sul serio quello che non abbiamo fatto! Giacomo Matteotti. Fareste il vostro mestiere! Emilio Lussu. È la verità, è la verità!... Giacomo Matteotti. A Melfi... (Rumori vivissimi – Interruzioni) a Melfi è stata impedita la raccolta delle firme con la violenza (Rumori). In Puglia fu bastonato perfino un notaio (Rumori vivissimi) Gino Aldi-Mai. Ma questo nei ricorsi non c’è! In nessuno dei ricorsi! Ho visto gli atti delle Puglie e in nessun ricorso è accennato il fatto di cui parla l’on. Matteotti. Roberto Farinacci. Vi faremo cambiare sistema! E dire che sono quelli che vogliono la normalizzazione! Giacomo Matteotti. A Genova (Rumori vivissimi) i fogli con le firme già raccolte furono portati via dal tavolo su cui erano stati firmati Voci: "Perché erano falsi." Giacomo Matteotti. Se erano falsi, dovevate denunciarli ai magistrati! Roberto Farinacci. Perché non ha fatto i reclami alla Giunta delle elezioni? Giacomo Matteotti. Ci sono. Una voce dal banco delle commissioni: "No, non ci sono, li inventa lei." Presidente. La Giunta delle elezioni dovrebbe dare esempio di compostezza! I componenti della Giunta delle elezioni parleranno dopo. Onorevole Matteotti, continui. Giacomo Matteotti. Io espongo fatti che non dovrebbero provocare rumori. I fatti o sono veri o li dimostrate falsi. Non c’è offesa, non c’è ingiuria per nessuno in ciò che dico: c’è una descrizione di fatti. Attilio Teruzzi. Che non esistono! Giacomo Matteotti. Da parte degli onorevoli componenti della Giunta delle elezioni si protesta che alcuni di questi fatti non sono dedotti o documentati presso la Giunta delle elezioni. Ma voi sapete benissimo come una situazione e un regime di violenza non solo determinino i fatti stessi, ma impediscano spesse volte la denuncia e il reclamo formale. Voi sapete che persone, le quali hanno dato il loro nome per attestare sopra un giornale o in un documento che un fatto era avvenuto, sono state immediatamente percosse e messe quindi nella impossibilità di confermare il fatto stesso. Già nelle elezioni del 1921, quando ottenni da questa Camera l’annullamento per violenze di una prima elezione fascista, molti di coloro che attestarono i fatti davanti alla Giunta delle elezioni, furono chiamati alla sede fascista, furono loro mostrate le copie degli atti esistenti presso la Giunta delle elezioni illecitamente comunicate, facendo ad essi un vero e proprio processo privato perché avevano attestato il vero o firmato i documenti! In seguito al processo fascista essi furono boicottati dal lavoro o percossi. (Rumori, interruzioni) Voci: a destra: "Lo provi." Giacomo Matteotti. La stessa Giunta delle elezioni ricevette allora le prove del fatto. Ed è per questo, onorevoli colleghi, che noi spesso siamo costretti a portare in questa Camera l’eco di quelle proteste che altrimenti nel Paese non possono avere alcun’altra voce ed espressione. (Applausi all’estrema sinistra) In sei circoscrizioni, abbiamo detto, le formalità notarili furono impedite colla violenza, e per arrivare in tempo si dovette supplire malamente e come si poté con nuove firme in altre provincie. A Reggio Calabria, per esempio, abbiamo dovuto provvedere con nuove firme per supplire quelle che in Basilicata erano state impedite. Una voce al banco della giunta: "Dove furono impedite?" Giacomo Matteotti. A Melfi, a Iglesias, in Puglia... devo ripetere? (Interruzioni, rumori) Presupposto essenziale di ogni elezione è che i candidati, cioè coloro che domandano al suffragio elettorale il voto, possano esporre, in contraddittorio con il programma del Governo, in pubblici comizi o anche in privati locali, le loro opinioni. In Italia, nella massima parte dei luoghi, anzi quasi da per tutto, questo non fu possibile. Una voce: "Non è vero!" (Rumori) Giacomo Matteotti. Su ottomila comuni italiani, e su mille candidati delle minoranze, la possibilità è stata ridotta a un piccolissimo numero di casi, soltanto là dove il partito dominante ha consentito per alcune ragioni particolari o di luogo o di persona. (Interruzioni, rumori) Volete i fatti? La Camera ricorderà l’incidente occorso al collega Gonzales. Attilio Teruzzi. Noi ci ricordiamo del 1919, quando buttavate gli ufficiali nel Naviglio. Giacomo Matteotti. Onorevoli colleghi, ebbene io domando la testimonianza di chi siede al banco del Governo, se nessuno possa dichiarare che ci sia stato un solo avversario che non abbia potuto parlare in contraddittorio con me nel 1919. Voci: "Non è vero! non è vero!" Aldo Finzi. Michele Bianchi! Proprio lei ha impedito di parlare a Michele Bianchi! Giacomo Matteotti. Lei dice il falso! (Interruzioni, rumori) Il fatto è semplicemente questo, che l’onorevole Michele Bianchi con altri teneva un comizio a Badia Polesine. Alla fine del comizio che essi tennero sono arrivato io e ho  domandato la parola in contraddittorio. Essi rifiutarono e se ne andarono e io rimasi a parlare. (Rumori, interruzioni) Aldo Finzi. Non è così! Giacomo Matteotti. Porterò i giornali vostri che lo attestano. Aldo Finzi. Lo domandi all’onorevole Merlin che è più vicino a lei! L’onorevole Merlin cristianamente deporrà. Giacomo Matteotti. L’on. Merlin ha avuto numerosi contraddittori con me, e nessuno fu impedito e stroncato. Ma lasciamo stare il passato. Non dovevate voi essere i rinnovatori del costume italiano? Non dovevate voi essere coloro che avrebbero portato un nuovo costume morale nelle elezioni? (Rumori) E, signori che mi interrompete, anche qui nell’assemblea? (Rumori a destra) Attilio Teruzzi. È ora di finirla con queste falsità. Giacomo Matteotti. L’inizio della campagna elettorale del 1924 avvenne dunque a Genova, con una conferenza privata e per inviti da parte dell’onorevole Gonzales. Orbene, prima ancora che si iniziasse la conferenza, i fascisti invasero la sala e a furia di bastonate impedirono all’oratore di aprire nemmeno la bocca. (Rumori, interruzioni, apostrofi) Una voce: "Non è vero, non fu impedito niente." (Rumori) Giacomo Matteotti. Allora rettifico! Se l’onorevole Gonzales dovette passare 8 giorni a letto, vuol dire che si è ferito da solo, non fu bastonato. (Rumori, interruzioni) L’onorevole Gonzales, che è uno studioso di San Francesco, si è forse autoflagellato! (Si ride. Interruzioni) A Napoli doveva parlare...(Rumori vivissimi, scambio di apostrofi fra alcuni deputati che siedono all’estrema sinistra) Presidente. Onorevoli colleghi, io deploro quello che accade. Prendano posto e non turbino la discussione! Onorevole Matteotti, prosegua, sia breve, e concluda. Giacomo Matteotti. L’Assemblea deve tenere conto che io debbo parlare per improvvisazione, e che mi limito... Voci: "Si vede che improvvisa! E dice che porta dei fatti!" Enrico Gonzales. I fatti non sono improvvisati! (Rumori) Giacomo Matteotti. Mi limito, dico, alla nuda e cruda esposizione di alcuni fatti. Ma se per tale forma di esposizione domando il compatimento dell’Assemblea... (Rumori) non comprendo come i fatti senza aggettivi e senza ingiurie possano sollevare urla e rumori. Dicevo dunque che ai candidati non fu lasciata nessuna libertà di esporre liberamente il loro pensiero in contraddittorio con quello del Governo fascista e accennavo al fatto dell’onorevole Gonzales, accennavo al fatto dell’onorevole Bentini a Napoli, alla conferenza che doveva tenere il capo dell’opposizione costituzionale, l’onorevole Amendola, e che fu impedita... (Oh, oh! - Rumori) Voci: a destra: "Ma che costituzionale! Sovversivo come voi! Siete d’accordo tutti!" Giacomo Matteotti. Vuol dire dunque che il termine "sovversivo" ha molta elasticità! Paolo Greco. Chiedo di parlare sulle affermazioni dell’onorevole Matteotti. Giacomo Matteotti. L’onorevole Amendola fu impedito di tenere la sua conferenza, per la mobilitazione, documentata, da parte di comandanti di corpi armati, i quali intervennero in città... Enrico Presutti. Dica bande armate, non corpi armati! Giacomo Matteotti. Bande armate, le quali impedirono la pubblica e libera conferenza. (Rumori) Del resto, noi ci siamo trovati in queste condizioni: su 100 dei nostri candidati, circa 60 non potevano circolare liberamente nella loro circoscrizione! Voci: a destra: "Per paura! Per paura!" (Rumori - Commenti) Giacomo Matteotti. Non credevamo che le elezioni dovessero svolgersi proprio come un saggio di resistenza inerme alle violenze fisiche dell’avversario, che è al Governo e dispone di tutte le forze armate! (Rumori) Che non fosse paura, poi, lo dimostra il fatto che, per un contraddittorio, noi chiedemmo che ad esso solo gli avversari fossero presenti, e nessuno dei nostri; perché, altrimenti, voi sapete come è vostro costume dire che "qualcuno di noi ha provocato" e come "in seguito a provocazioni" i fascisti "dovettero" legittimamente ritorcere l’offesa, picchiando su tutta la linea! (Interruzioni) Voci: a destra: "L’avete studiato bene!" Orazio Pedrazzi. Come siete pratici di queste cose, voi! Presidente. Onorevole Pedrazzi! Giacomo Matteotti. Comunque, ripeto, i candidati erano nella impossibilità di circolare nelle loro circoscrizioni! Voci: a destra: "Avevano paura!"  Filippo Turati. Paura! Sì, paura! Come nella Sila, quando c’erano i briganti, avevano paura. (Vivi rumori a destra, approvazioni a sinistra) Una voce: "Lei ha tenuto il contraddittorio con me ed è stato rispettato" Filippo Turati. Ho avuto la vostra protezione a mia vergogna! (Applausi a sinistra, rumori a destra) Presidente. Concluda, onorevole Matteotti.. Non provochi incidenti! Giacomo Matteotti. Io protesto! Se ella crede che non gli altri mi impediscano di parlare, ma che sia io a provocare incidenti, mi seggo e non parlo! (Approvazioni a sinistra - Rumori prolungati) Presidente. Ha finito? Allora ha facoltà di parlare l’onorevole Rossi... Giacomo Matteotti. Ma che maniera è questa! Lei deve tutelare il mio diritto di parlare! lo non ho offeso nessuno! Riferisco soltanto dei fatti. Ho diritto di essere rispettato! (Rumori prolungati, Conversazioni) Antonio Casertano. Chiedo di parlare. Presidente. Ha facoltà di parlare l’onorevole Presidente della Giunta delle elezioni. C’è una proposta di rinvio degli atti alla Giunta. Giacomo Matteotti. Onorevole Presidente!... Presidente. Onorevole Matteotti, se ella vuole parlare, ha facoltà di continuare, ma prudentemente. Giacomo Matteotti. Io chiedo di parlare non prudentemente, né imprudentemente, ma parlamentarmente! Presidente. Parli, parli. Giacomo Matteotti. I candidati non avevano libera circolazione... (Rumori. Interruzioni) Presidente. Facciano silenzio! Lascino parlare! Giacomo Matteotti. Non solo non potevano circolare, ma molti di essi non potevano neppure risiedere nelle loro stesse abitazioni, nelle loro stesse città. Alcuno, che rimase al suo posto, ne vide poco dopo le conseguenze. Molti non accettarono la candidatura, perché sapevano che accettare la candidatura voleva dire non aver più lavoro l’indomani o dover abbandonare il proprio paese ed emigrare all’estero. (Commenti) Una voce: "Erano disoccupati!" Giacomo Matteotti. No, lavorano tutti, e solo non lavorano, quando voi li boicottate. Voci a destra: "E quando li boicottate voi?" Roberto Farinacci. Lasciatelo parlare! Fate il loro giuoco! Giacomo Matteotti. Uno dei candidati, l’onorevole Piccinini, al quale mando a nome del mio gruppo un saluto... (Rumori) Giacomo Matteotti. ... conobbe cosa voleva dire obbedire alla consegna del proprio partito. Fu assassinato nella sua casa, per avere accettata la candidatura nonostante prevedesse quale sarebbe stato per essere il destino suo all’indomani. (Rumori) Ma i candidati - voi avete ragione di urlarmi, onorevoli colleghi - i candidati devono sopportare la sorte della battaglia e devono prendere tutto quello che è nella lotta che oggi imperversa. Lo accenno soltanto, non per domandare nulla, ma perché anche questo è un fatto concorrente a dimostrare come si sono svolte le elezioni. (Approvazioni all’estrema sinistra). Un’altra delle garanzie più importanti per lo svolgimento di una libera elezione era quella della presenza e del controllo dei rappresentanti di ciascuna lista, in ciascun seggio. Voi sapete che, nella massima parte dei casi, sia per disposizione di legge, sia per interferenze di autorità, i seggi - anche in seguito a tutti gli scioglimenti di Consigli comunali imposti dal Governo e dal partito dominante - risultarono composti quasi totalmente di aderenti al partito dominante. Quindi l’unica garanzia possibile, l’ultima garanzia esistente per le minoranze, era quella della presenza del rappresentante di lista al seggio. Orbene, essa venne a mancare. Infatti, nel 90 per cento, e credo in qualche regione fino al 100 per cento dei casi, tutto il seggio era fascista e il rappresentante della lista di minoranza non poté presenziare le operazioni. Dove andò, meno in poche grandi città e in qualche rara provincia, esso subì le violenze che erano minacciate a chiunque avesse osato controllare dentro il seggio la maniera come si votava, la maniera come erano letti e constatati i risultati. Per constatare il fatto, non occorre nuovo reclamo e documento. Basta che la Giunta delle elezioni esamini i verbali di tutte le circoscrizioni, e controlli i registri. Quasi dappertutto le operazioni si sono svolte fuori della presenza di alcun rappresentante di lista. Veniva così a mancare l’unico controllo, l’unica garanzia, sopra la quale si può dire se le elezioni si sono svolte nelle dovute forme e colla dovuta legalità. Noi possiamo riconoscere che, in alcuni luoghi, in alcune poche città e in qualche provincia, il giorno delle elezioni vi è stata una certa libertà. Ma questa concessione limitata della libertà nello spazio e nel tempo - e l’onorevole Farinacci, che è molto aperto, me lo potrebbe ammettere - fu data ad uno scopo evidente: dimostrare, nei centri più controllati dall’opinione pubblica e in quei luoghi nei quali  una più densa popolazione avrebbe reagito alla violenza con una evidente astensione controllabile da parte di tutti, che una certa libertà c’è stata. Ma, strana coincidenza, proprio in quei luoghi dove fu concessa a scopo dimostrativo quella libertà, le minoranze raccolsero una tale abbondanza di suffragi, da superare la maggioranza - con questa conseguenza però, che la violenza, che non si era avuta prima delle elezioni, si ebbe dopo le elezioni. E noi ricordiamo quello che è avvenuto specialmente nel Milanese e nel Genovesato ed in parecchi altri luoghi, dove le elezioni diedero risultati soddisfacenti in confronto alla lista fascista. Si ebbero distruzioni di giornali, devastazioni di locali, bastonature alle persone. Distruzioni che hanno portato milioni di danni... (Vivissimi rumori al centro e a destra) Una voce, a destra: "Ricordatevi delle devastazioni dei comunisti!" Giacomo Matteotti. Onorevoli colleghi, ad un comunista potrebbe essere lecito, secondo voi, di distruggere la ricchezza nazionale, ma non ai nazionalisti, né ai fascisti come vi vantate voi! Si sono avuti, dicevo, danni per parecchi milioni, tanto che persino un alto personaggio, che ha residenza in Roma, ha dovuto accorgersene, mandando la sua adeguata protesta e il soccorso economico. In che modo si votava? La votazione avvenne in tre maniere: l’Italia è una, ma ha ancora diversi costumi. Nella valle del Po, in Toscana e in altre regioni che furono citate all’ordine del giorno dal Presidente del Consiglio per l’atto di fedeltà che diedero al Governo fascista, e nelle quali i contadini erano stati prima organizzati dal partito socialista, o dal partito popolare, gli elettori votavano sotto controllo del partito fascista con la "regola del tre". Ciò fu dichiarato e apertamente insegnato persino da un prefetto, dal prefetto di Bologna: i fascisti consegnavano agli elettori un bollettino contenente tre numeri o tre nomi, secondo i luoghi (Interruzioni), variamente alternati in maniera che tutte le combinazioni, cioè tutti gli elettori di ciascuna sezione, uno per uno, potessero essere controllati e riconosciuti personalmente nel loro voto. In moltissime provincie, a cominciare dalla mia, dalla provincia di Rovigo, questo metodo risultò eccellente. Aldo Finzi. Evidentemente lei non c’era! Questo metodo non fu usato! Giacomo Matteotti. Onorevole Finzi, sono lieto che, con la sua negazione, ella venga implicitamente a deplorare il metodo che è stato usato. Aldo Finzi. Lo provi. Giacomo Matteotti. In queste regioni tutti gli elettori... Francesco Ciarlantini. Lei ha un trattato, perché non lo pubblica? Giacomo Matteotti. Lo pubblicherò, quando mi si assicurerà che le tipografie del Regno sono indipendenti e sicure (Vivissimi rumori al centro e a destra); perché, come tutti sanno, anche durante le elezioni, i nostri opuscoli furono sequestrati, i giornali invasi, le tipografie devastate o diffidate di pubblicare le nostre cose. (Rumori) Voci: "No! No!" Giacomo Matteotti. Nella massima parte dei casi però non vi fu bisogno delle sanzioni, perché i poveri contadini sapevano inutile ogni resistenza e dovevano subire la legge del più forte, la legge del padrone, votando, per tranquillità della famiglia, la terna assegnata a ciascuno dal dirigente locale del Sindacato fascista o dal fascio. (Vivi rumori interruzioni) Giacono Suardo. L’onorevole Matteotti non insulta me rappresentante: insulta il popolo italiano ed io, per la mia dignità, esco dall’Aula. (Rumori – Commenti) La mia città in ginocchio ha inneggiato al Duce Mussolini, sfido l’onorevole Matteotti a provare le sue affermazioni. Per la mia dignità di soldato, abbandono quest’Aula. (Applausi, commenti) Attilio Teruzzi. L’onorevole Suardo è medaglia d’oro! Si vergogni, on. Matteotti. (Rumori all’estrema sinistra) Presidente. Facciano silenzio! Onorevole Matteotti, concluda! Giacomo Matteotti. Io posso documentare e far nomi. In altri luoghi invece furono incettati i certificati elettorali, metodo che in realtà era stato usato in qualche piccola circoscrizione anche nell’Italia prefascista, ma che dall’Italia fascista ha avuto l’onore di essere esteso a larghissime zone del meridionale; incetta di certificati, per la quale, essendosi determinata una larga astensione degli elettori che non si ritenevano liberi di esprimere il loro pensiero, i certificati furono raccolti e affidati a gruppi di individui, i quali si recavano alle sezioni elettorali per votare con diverso nome, fino al punto che certuni votarono dieci o venti volte e che giovani di venti anni si presentarono ai seggi e votarono a nome di qualcheduno che aveva compiuto i 60 anni. (Commenti) Si trovarono solo in qualche seggio pochi, ma autorevoli magistrati, che, avendo rilevato il fatto, riuscirono ad impedirlo.  Edoardo Torre. Basta, la finisca! (Rumori, commenti) Che cosa stiamo a fare qui? Dobbiamo tollerare che ci insulti? (Rumori - Alcuni deputati scendono nell’emiciclo) Per voi ci vuole il domicilio coatto e non il Parlamento! (Commenti - Rumori) Voci: "Vada in Russia!" Presidente. Facciano silenzio! E lei, onorevole Matteotti, concluda! Giacomo Matteotti. Coloro che ebbero la ventura di votare e di raggiungere le cabine, ebbero, dentro le cabine, in moltissimi Comuni, specialmente della campagna, la visita di coloro che erano incaricati di controllare i loro voti. Se la Giunta delle elezioni volesse aprire i plichi e verificare i cumuli di schede che sono state votate, potrebbe trovare che molti voti di preferenza sono stati scritti sulle schede tutti dalla stessa mano, così come altri voti di lista furono cancellati, o addirittura letti al contrario. Non voglio dilungarmi a descrivere i molti altri sistemi impiegati per impedire la libera espressione della volontà popolare. Il fatto è che solo una piccola minoranza di cittadini ha potuto esprimere liberamente il suo voto: il più delle volte, quasi esclusivamente coloro che non potevano essere sospettati di essere socialisti. I nostri furono impediti dalla violenza; mentre riuscirono più facilmente a votare per noi persone nuove e indipendenti, le quali, non essendo credute socialiste, si sono sottratte al controllo e hanno esercitato il loro diritto liberamente. A queste nuove forze che manifestano la reazione della nuova Italia contro l’oppressione del nuovo regime, noi mandiamo il nostro ringraziamento.(Applausi all’estrema sinistra. Rumori dalle altre parti della Camera).Per tutte queste ragioni, e per le altre che di fronte alle vostre rumorose sollecitazioni rinunzio a svolgere, ma che voi ben conoscete perché ciascuno di voi ne è stato testimonio per lo meno... (Rumori) per queste ragioni noi domandiamo l’annullamento in blocco della elezione di maggioranza. Voci a destra: "Accettiamo" (Vivi applausi a destra e al centro) Giacomo Matteotti. [...] Voi dichiarate ogni giorno di volere ristabilire l’autorità dello Stato e della legge. Fatelo, se siete ancora in tempo; altrimenti voi sì, veramente, rovinate quella che è l’intima essenza, la ragione morale della Nazione. Non continuate più oltre a tenere la Nazione divisa in padroni e sudditi, poiché questo sistema certamente provoca la licenza e la rivolta. Se invece la libertà è data, ci possono essere errori, eccessi momentanei, ma il popolo italiano, come ogni altro, ha dimostrato di saperseli correggere da sé medesimo. (Interruzioni a destra) Noi deploriamo invece che si voglia dimostrare che solo il nostro popolo nel mondo non sa reggersi da sé e deve essere governato con la forza. Ma il nostro popolo stava risollevandosi ed educandosi, anche con l’opera nostra. Voi volete ricacciarci indietro. Noi difendiamo la libera sovranità del popolo italiano al quale mandiamo il più alto saluto e crediamo di rivendicarne la dignità, domandando il rinvio delle elezioni inficiate dalla violenza alla Giunta delle elezioni. (Applausi all’estrema sinistra - Vivi rumori) 

 Nota. Giacomo Matteotti (Fratta Polesine, 22 maggio 1885 – Roma, 10 giugno 1924) è stato un politico, giornalista e antifascista italiano, segretario del Partito Socialista Unitario, formazione nata da una scissione del Partito Socialista Italiano. Fu rapito e assassinato da una squadra fascista capeggiata da Amerigo Dumini probabilmente per volontà esplicita di Benito Mussolini, a causa delle sue denunce dei brogli elettorali attuati dalla nascente dittatura nelle elezioni del 6 aprile 1924, e delle sue indagini sulla corruzione del governo, in particolare nella vicenda delle tangenti della concessione petrolifera alla Sinclair Oil. Matteotti, nel giorno del suo omicidio (10 giugno), avrebbe dovuto infatti presentare un nuovo discorso alla Camera dei deputati - dopo quello sui brogli del 30 maggio - in cui avrebbe rivelato le sue scoperte riguardanti lo scandalo finanziario coinvolgente anche Arnaldo Mussolini, fratello del Duce. Il corpo di Matteotti fu ritrovato circa due mesi dopo, dal brigadiere Ovidio Caratelli. 

L’invidia da passione mobilitante a detonatore di rivolta

Di Nadia Urbinati Martedì 18 Giugno 2019 15:36


 «A un certo punto dello sviluppo storico, le classi si staccano dai loro

partiti tradizionali, cioè i partiti tradizionali in quella data forma

organizzativa, con quei determinati uomini che li costituiscono o li

dirigono, non rappresentano più la loro classe o frazione di classe.

È questa la crisi più delicata e pericolosa,

perché offre il campo agli uomini provvidenziali o carismatici».

Antonio Gramsci, Quaderni del carcere

 

Vincitori e vinti sono categorie portanti della storia dell’umanità, che potrebbe essere scandita secondo i mezzi e le forme delle lotte e delle competizioni che hanno prodotto vincitori e vinti. La civiltà libera­le alla quale apparteniamo produce e riproduce vincitori e vinti sul campo di battaglia del mercato, per mezzo del denaro e con l’ambito traguardo di una distribuzione dei beni soddisfacente (dove la sod­disfazione è mutevole in ragione del mutamento dei bisogni). Nella sua ricca e suggestiva ricognizione dell’ordine liberale mondiale nel quale annaspiamo oggi, Salvatore Biasco suggerisce di riprendere in mano la categoria marxiana della “contraddizione” che si sorregge su un impianto architettonico fatto di fondamenta e sovrapposizio­ni. Denominiamo come “crisi” quei momenti nei quali i due ordini mostrano di essere non più in sintonia tra loro, per cui ad esempio può succedere che le fondamenta siano nel frattempo mutate mentre la compagine di istituzioni politiche e di cultura morale resta come immobile, ancorata al passato e incapace di essere in sintonia con la nuova sistemazione delle fondamenta.

Biasco racconta la storia nella quale siamo immersi oggi come una storia critica in questo senso: le condizioni e le caratteristiche del capitalismo sono cambiate eppure le compagini sociopolitiche, isti­tuzionali e culturali sono rimaste intatte, figlie di un ordine finan­ ziarizzato e produttivo che non c’è più. Quel che non c’è più è il “neoliberismo” che qui è presentato al passato: è stato «un periodo storico, una fase del capitalismo, una ideologia e un insieme di pro­cessi istituzionali e politici». Della tensione tra passato e presente di questa architettura sociale, Biasco mette in luce sei profili e di ciascuno analizza quel che ha prodotto e lasciato sul terreno: a) le politiche economiche (pro mercato); b) la perva­sività e l’ambito globale della finanza; c) la scala planetaria della produzione e del commercio, dominata dalle multinazionali; d) l’assetto geopo­litico con protagonisti gli Stati-nazione; e) una regolazione sociale riflessa nei rapporti di forza, con esiti di precarizzazione, di marginalizzazione dei sindacati, bassi salari e, al tempo stesso, ac­cumulazione concentrata della ricchezza; f ) una cultura (tesa a legittimare l’ordine esistente).

Il canovaccio di questa storia che sembra nuova è in effetti lo stesso di quello che succede abbastan­za regolarmente dal Settecento in poi: la convergenza delle ricchezze, la tendenza al monopolio; la crisi come opportunità darwiniana di sfoltire la selva dei concorrenti. Oggi traduciamo questo canovaccio con percentuali da capogiro: «il 95% del reddito aggiuntivo prodotto dopo la crisi [del 2008] è andato all’1% più ricco della popolazione e [...] la ricchezza – da qualsiasi anno si inizi la ricerca – è cresciuta in percentuali sempre più alte con il crescere della posizione occu­pata nella scala originaria». Quando Occupy Wall Street (OWS) si accampò a Zuccotti Park i critici dicevano che questi utopisti dell’u­guaglianza semplificavano la storia per essere retoricamente efficaci. Dopo più di dieci anni, i competenti sciorinano analisi e cifre che dicono esattamente la stessa cosa di quel che dicevano gli accam­pati di Zuccotti Park. È stato OWS a precedere il libro di Thomas Piketty sul capitalismo del XXI secolo; la condizione di vita delle persone ordinarie, la loro esperienza delle difficoltà quotidiane erano un dato sufficientemente chiaro per i non esperti. Comparando le loro opportunità effettive di vita con quelle dei loro genitori (che ancora potevano trovare non semplicemente un lavoro ma un lavoro più redditizio) o comparando le loro opportunità con quelle di chi viveva in un altro quartiere della stessa città consentiva senza calcoli elaborati di capire l’andamento delle cose. Il senso comune ha prece­duto quello politico e anche le pubblicazioni di grido.

Quando persone di diverse generazioni si riunirono a Zuccotti Park molti pensarono che si sarebbe trattato di una cometa. Non si può protrarre troppo a lungo la democrazia diretta, si diceva allora. Ed è vero. Ma OWS non voleva costruire un mo­vimento politico e rifiutò i corteggiamenti dei partiti politici come anche la ricerca di una can­didatura da portare al Congresso. Si trattava di un movimento che voleva far capire. Di un mo­vimento che voleva dare un segno di come il ca­pitalismo fosse cambiato e di come non sarebbe per molti stato possibile ritornare alle condizioni precedenti la crisi del 2007-08. Spazzate via case acquistate su una promessa di futuro che non poteva sostenersi, il futuro per gran parte di loro sarebbe stato molto più simile a un passato remoto (quello dei loro bisnonni, che fecero la fame negli anni Trenta) che a quello delle generazioni che avevano fatto la guerra (la seconda guerra mondiale e quella di Corea) e si erano arricchite con la ricostruzione di conti­nenti in rovina.

Che cosa siamo oggi, oltre dieci anni dopo OWS? Siamo a un punto forse ancora più critico e probabilmente a causa dell’immobilità dei profili dell’analisi di Biasco relativi alla pervasività e all’ambito glo­bale della finanza, alla scala planetaria della produzione e del com­mercio e alla cultura. La condizione è più preoccupante in relazione a due eventi o fattori dei quali noi parliamo senza ben comprendere che cosa fare: il fenomeno dei gilet gialli in Francia e la crescita in tutti i paesi dell’area atlantica delle destre xenofobe e poi della fasci­nazione che le idee sovraniste ricevono sia (ovviamente) a destra sia (meno ovviamente) a sinistra.

Il fenomeno dei gilet gialli è come la versione arrabbiata di OWS. I due fenomeni hanno molto in comune: repulsione delle rappresen­tanze politiche, di destra come di sinistra; occupazione dei luoghi pubblici di vetrina – ovvero le aree più upper-class delle capitali dei rispettivi paesi; la trasversalità di classe e però anche il rifiuto di adot­tare un linguaggio di classe o di “costruire” una compagine classista; e in effetti, il rifiuto dell’organizzazione e dell’unificazione delle ri­ vendicazioni sotto una bandiera, un leader, un obiettivo strategico. Sono similitudini che devono far riflettere poiché, per usare una fe­lice e pittorica categoria messa in circolo con successo da Toni Ne­gri, il “multitudinarismo” non consente mediazioni politiche, non ammette alcuna verticalizzazione (e quindi forme di partito) mentre è e vuole restare movimento di contestazione. I gilet gialli come le jacquerie della Francia premoderna. Le comparazioni possono aiu­tare a capire, ma si tratta comunque di movimenti nuovissimi, figli di un mondo strutturato per sovranità popolar-statuali da un lato e mercati globali dall’altro.

Inadeguato è anche usare il linguaggio che spesso usiamo: quello della “crisi” o della “preoccupazione”. È inadeguato perché il ter­mine “crisi” denota una condizione di mutazione e mutamento che le democrazie presumono e gestiscono assai bene – la “politica” è governo della crisi, soprattutto quella democratica che stimola rifles­sione critica e contestazione. Ma anche la “preoccupazione” non fa giustizia di questi movimenti, soprattutto perché sembra presumere una condizione esistente che deve essere difesa così come è. E infine, ogni linguaggio catastrofista che parla di “morte” della democrazia o di senescenza e via di seguito è inadeguato e anche opinabile poiché presume una visione teleologica, presume di sapere cioè dove vada la democrazia, la quale invece non va verso alcun lido specifico essendo una forma politica che deve continuamente met­tere in discussione nuove concrezioni inegualita­rie per persistere.

Sembra, dunque, che queste eruzioni sociali di cittadini che si ribellano nel nome della loro quotidiana condizione di disagio siano la datità dalla quale partire, la posizione che deve essere studiata per essere tramutata in materia politica. Si tratta di movimenti figli dell’età neoliberale spiegata da Biasco: attenti all’avere soldi sufficienti non solo per so­pravvivere, ma anche per procurarsi quei beni che sono indicativi di reputazione e di riconoscimento sociale. Alcuni sociologi hanno rispolverato la dinamica dell’invidia sociale (che Mandeville prima di Marx aveva considerato una molla dello sviluppo sociale) per mettere in luce tuttavia non gli aspetti dinamici di cui essa è capace ma quelli nichilisti. Oggi, invidiare chi sta bene sarebbe come indulgere in una cultura imitativa che, essendo incapace di produrre l’esito desidera­to, può motivare rivolte e reazioni violente. Insomma, l’invidia è un peccato virtuoso fino a quando le praterie sono così aperte e ampie da consentire a chi le esplora di fare e ottenere risultati.

Nella condizione odierna, nella quale i recinti delle potenzialità eco­nomiche e sociali sono stretti e chiusi, in cui i pochi che hanno il 95% della ricchezza hanno impoverito così radicalmente tutti i loro competitori da renderli pericolosi, l’invidia può essere un detonatore di rivolta. Questo è il caso dei gilet gialli, che lamentano di non poter vivere con sufficiente agio mentre “i ricchi” si godono la vita a Parigi. L’invidia diventa arma di risentimento perché le condizioni socio­economiche rendono l’energia competitiva che la anima impotente e inefficace. Si può invidiare un monarca o una corte di nobili per nascita? Non ha senso. Mentre ha senso trasformare quella invidia fuori luogo in risentimento contro un gruppo di persone che godono di privilegi enormi e sono sempre più odiate per questo.

A costo di essere retorica, vorrei citare un brano di Giambattista Vico che così descriveva nella “Scienza nuova” la rivoluzione demo­cratica di Solone. Solone fece sua la massima che sarebbe stata poi resa celebre da Socrate come “conosci te stesso” sostenendo, scriveva Vico, che volle con ciò dire ai poveri che anche se “d’origine bestia­le” essi avevano la stessa natura dei nobili che accampavano “divina origine”. Riconoscere di essere “d’ugual natura umana co’ nobili” e per conseguenza di pretendere di essere con quelli “uguagliati in civil diritto” – ecco come una situazione (quella aristocratica) che non può far posto all’invidia sociale aprì lo scenario alla trasformazione democratica. La richiesta di uguaglianza è la conclusione di quell’in­vidia che non riesce a generare emulazione perché nulla vi è da emu­lare in una condizione di ceto che include ed esclude secondo criteri che non consentono più la competizione. Ecco la contraddizione del nostro tempo: tutti i beni di cui abbiamo bisogno si possono comprare se si lavora e ci si impegna ovvero se li si merita – questa è stata per alcuni secoli la cultura morale condivisa, una morale adatta a una società di mercato. Ebbene, oggi questa morale risulta desueta, adatta a delle condizioni che non ci sono più o almeno non per mol­ti. E non ci sono più perché quella società di mercato non c’è più o non c’è nella forma così larga come in passato. I ricchi che si fanno ceto sono uno stridore nella società di mercato. I ricchi raccontati da Piketty hanno gradualmente cercato di allearsi con la classe media per portarla fuori dall’alleanza con le classi lavo­ratrici e farne il volano per politiche fiscali a loro vantaggio: la scom­parsa in quasi tutti i paesi occidentali delle tasse di successione è stata il suggello di questa alleanza. La resistenza a tassare i patrimoni è un altro segno di questa alleanza. A tale organizzazione di classi super protette e chiuse seguono scelte cetuali coerenti e votate alla chiusura culturale: mediante la filantropia, i grandi ricchi e i più ricchi tra i loro alleati del ceto medio si assicurano l’istruzione nelle migliori università del mondo, che sono a tutti gli effetti soltanto loro, con accessi selezionati per gruppi sempre più ristretti e rompendo la logi­ca del mercato, della competizione larga. Questo mette a repentaglio la funzione dinamica dell’invidia. E produce caste. Si potrebbe dire che i ricchi aspirano a una “divina origine” che renda i poveri non semplicemente sfortunati ma anche colpevoli per non riuscire, “d’origine be­stiale”. E però che cosa resta a questi ultimi se non la rivolta?

La competizione politica e il compromesso sono termini e pratiche che presumono una prateria non chiusa, calcoli di mutua convenienza ovvero antagonisti e competitori. Questo era l’ordine liberale precedente al nostro: classi contrappo­ste, calcoli di costi e benefici, scambio e compro­messo. In questa cornice sta la storia dei decenni della costruzione democratica nelle società capitaliste del secondo dopoguerra. Questo è il passato. E se oggi avvertiamo uno stallo nella politica e una vera e propria fine delle prospettive socialdemocrati­che o anche blandamente liberal-sociali, è perché la distanza tra le parti è così enorme che nessuno delle due sa bene con chi ha a che fare – parliamo di “ricchi” e parliamo di “poveri”, non più di classi. È questa la condizione binaria fuori da ogni logica di compromesso che aveva fotografato bene OWS e che i gilet gialli hanno tradotto in ribellione aperta. Né i partiti né le istituzioni rappresentative né le belle Costituzioni democratiche che tanto promettevano possono davvero fare molto per dirci che cosa fare. Gli strumenti politici che le generazioni precedenti avevano costruito nella lotta contro il capi­talismo industriale e contro quello di Stato – contro gli Stati fascisti e quelli autoritari – non sembrano funzionare più. Insomma: l’invidia non funziona come passione mobilitante; funziona solo come pas­sione distruttiva che genera risentimento.

È in questo frangente che le forze nazionaliste e xenofobe si pre­sentano sulla scena. Che diventano anzi forze egemoniche, tanto da riuscire ad attirare dalla loro parte anche le cul­ture politiche della sinistra. Oggi il popolo è il soggetto fittizio che sembra funzionare meglio aperto com’è alla costruzione discorsiva; un sog­getto collettivo che se costruito da una narrativa emancipazionista può far virare la politica verso posizioni di sinistra – questa è l’argomentazione dei populisti di sinistra che sulla scorta delle idee di Ernesto Laclau sostengono che non vi è nei fatti altra soluzione se non la democrazia populista. La soluzione populista sembra essere adatta a una società non più classista. La lotta politica nell’età degli indistinti poveri e indistinti ricchi è un’arte della distinzione: una lot­ta tra leader carismatici che devono riuscire a dare unità e distinzione riconoscibile a una serie ampia di scontenti sociali e rivendicazioni. La politica populista sembra essere in sintonia con il neoliberismo, perché una politica che si regge solo sulla conquista dell’audience, solo su narrative attraenti che raccolgono consensi con velocità e con velocità li perdono. Il problema è che la lotta tra populismi di sinistra e populismi di destra è essa stessa una narrativa, e per nulla convin­cente. Prima di tutto perché i populismi proprio in quanto operanti su una materia totalmente costruita dal discorso sono indotti a dare tanto potere al leader, al rappresentante che dà la sua faccia a rap­presentare l’unità del corpo popolare. E questa struttura personalista della politica è tutt’altro che aperta a darci più democrazia o più inclusione; infine, è assai ingenuo pensare che sia in grado di distri­buire “pani e pesci” e “tramutare l’acqua in vino”.

L’illusione populista – che è un’illusione sovranista – ci fa credere che basti entrare nella stanza dei bottoni dello Stato con uno staff deter­minato a risolvere i problemi, senza considerare che molti di questi sono, come Biasco spiega assai bene, fuori dalla portata degli Stati (soprattutto Stati di piccole e anche medie estensioni). Insomma, la soluzione sovranista ha più facilità a essere catturata dai nazionalisti e xenofobi, perché questi ultimi non promettono in fondo né la re­ distribuzione sociale né il riscatto economico dei poveri. Sono invece come i cani da guardia dei ceti medi alleati ai super ricchi, pronti a tagliare le tasse a se stessi, a ridurre le tasse di successione per ripro­dursi, a destinare più soldi pubblici a chi sta già meglio per consoli­dare il loro benessere (il regionalismo differenziato che in Italia attrae purtroppo anche parte del PD rientra in questa politica di secessione sociale di chi più ha e non vuole più accollarsi responsabilità verso chi ha meno, dichiarati re­sponsabili del loro stato, proprio come si dice dei poveri!). La politica della Lega rispecchia assai bene questo progetto – che è xenofobo, nazio­nalista, esplicitamente attento agli interessi dei ceti medi.

Con tutta la buona volontà dei teorici del po­pulismo di sinistra, il populismo non riesce a essere una strategia della sinistra. Tra le miriadi di ragioni (alcune delle quali qui menzionate) ve n’è una che il saggio di Biasco mette bene in luce: la condizione del nostro tempo è giocoforza proiettata alla dimensione sovranazionale. Pensare di reagire o anche resistere alle forze conglomerate delle mul­tinazionali ritornando allo Stato-nazione è oltre che anacronistico illusorio. Se c’è una dimensione che può ridare ossigeno alla politica questa è quella internazionale. Che lo vogliamo o no siamo obbligati a essere coraggiosi oltremisura, e vedere in quel che non piace a molti di noi – l’Europa – un possibile campo di battaglia per la ricostruzio­ne delle strategie politiche di giustizia.

Faccio mie in conclusione le parole di Biasco: «la dimensione eu­ropea, prima ancora che mondiale, appare di fondamentale impor­tanza. Impegnare l’Europa in questa direzione è una via difficile e di duro confronto, e lascio immaginare quale intransigenza, mobilita­zione e capacità di proposta controcorrente siano necessarie per un quadro differente. Ma, smontando l’Europa, tutto questo è impensa­bile, come lo è il governo di altri problemi che il neoliberismo lascia in eredità e che hanno radici globali, quando non sono integralmen­te tali (quali le migrazioni, il clima, l’ambiente, le tensioni geopo­litiche e militari, l’energia, la povertà, la guerra dei dazi, il governo delle monete internazionali, la sicurezza). Non è l’Unione europea il bersaglio, ma la sua gestione, filosofia e indirizzi».


Articolo di Rosa Fioravante

In molti, fra intellettuali e politici di area socialdemocratica e progressista, si sono resi conto dei danni provocati dall’ubriacatura della cosiddetta “Terza via” Clintonian-blairiana diffusasi negli anni Novanta, opzione che ha avuto grande successo anche in Italia al punto da costituire, anni dopo, larga parte delle premesse di fondazione del Partito Democratico. Tuttavia, non tutti i “ravveduti” hanno messo a fuoco il problema reale: contro la vittoria materiale e ideologica del capitale, non basta reintrodurre un po’ di keynesismo e un po’ di ispirazione egualitaria nel sistema per farlo funzionare per i molti e non per i pochi. Come dimostrano le parole di Krugman sul Sole 24 Ore di qualche settimana fa, l’intuizione della necessità di superare il capitalismo come unico modello di produzione vigente, non necessariamente porta a immaginare un sistema realmente alternativo.

It’s the economy, stupid!

Nella divisione ormai divenuta celebre del campo politico individuata da Nancy Fraser fra «neoliberalismo progressista e populismo reazionario» si evidenzia chiaramente la scomparsa dell’opzione socialista e socialdemocratica fra quelle attualmente egemoni in Occidente. Delle molte cause che hanno contribuito al suo indebolimento, la tendenza di pezzi maggioritari di classi dirigenti e apparati intellettuali del centrosinistra e della sinistra fin dagli anni Ottanta a concentrarsi sull’identity politics, sui diritti di alcune minoranze e su alcune battaglie di nicchia, trascurando l’analisi e la critica del modello economico neoliberale (o addirittura appoggiandolo apertamente), è ormai riconosciuta come una delle principali.

A difendere la Terza Via nel mondo socialdemocratico e progressista sono rimasti così in pochi che dimostrare ulteriormente l’infondatezza della fiducia che il centrosinistra ha nutrito nella globalizzazione neoliberista e nella trickle-down economics (teoria dello sgocciolamento) sembra una perdita di tempo. Fenomeni politici come quello di Macron o del renzismo hanno dimostrato che i nostalgici fuori tempo massimo di questa opzione si pongono sempre più esplicitamente al di fuori del campo socialdemocratico, avviando – in Francia – progetti nuovi su base liberal-liberista o – in Italia – egemonizzando partiti già nati su un impianto liberal-centrista, portando quest’ultimo alle sue estreme conseguenze e talora vagliando se crearne di ulteriori sull’esempio dei cugini d’oltralpe.

Dieci anni di crisi economica non hanno solo contribuito all’impoverimento di vasti strati di popolazione comportando l’assottigliarsi delle basi sociali delle liberaldemocrazie occidentali e favorendo l’imbarbarimento culturale (ovvia conseguenza dei tagli all’istruzione, al finanziamento pubblico della politica, al tempo libero disponibile dei cittadini per informarsi e partecipare), ma hanno evidenziato l’importanza di fondare le opzioni politiche su proposte di modelli concreti di sviluppo. Questa decade di continuo accanimento sui più deboli ha contribuito a diffondere la sensazione, anche presso strati di popolazione scarsamente politicizzata, che il sistema nel quale stiamo vivendo più che essere in “crisi” è un vero e proprio paradigma finalizzato ad accentrare reddito, ricchezze, opportunità e potere nelle mani di pochi, aumentando a dismisura le diseguaglianze, devastando risorse naturali ed ecosistemi, ignorando ogni precetto morale (laico o religioso) e impedendo lo sviluppo umano in ogni parte del pianeta. L’impossibilità di ignorare il dibattito su come uscire dalla crisi e su come far sì che le liberaldemocrazie tornino a garantire alcuni standard minimi di benessere a un vasto numero di persone – un dibattito variamente articolato fra liberisti e protezionisti, fra sostenitori degli investimenti esteri e sostenitori della domanda interna, fra convinti della deregulation e voci a favore di maggiore controllo su banche, transazioni finanziarie e mercati, ecc. – ha indotto molti ad abbandonare dogmi quali il Washington Consensus (riassumibile nei tre moniti: liberalizzare, privatizzare, stabilizzare), l’austerità espansiva, l’autoregolamentazione dell’economia. Tuttavia, è sempre più evidente che la corretta comprensione di quali siano state in passato le ricette sbagliate e quali le più pressanti problematiche sociali che ne sono derivate, non corrisponda automaticamente a una risposta adeguata all’entità dell’analisi. Infatti, se in pressoché tutti i partiti del Pse e della galassia dei Socialists&Democrats in Europa, così come nel Partito Democratico Usa, di fronte all’avanzata di formazioni (che solo per brevità chiameremo) populiste e reazionarie, del diffondersi di un vero e proprio hummus culturale favorevole all’ascesa al Governo dell’Alt-right e del ri-politicizzarsi delle masse su conflitti di tipo nazionalista-etnico-religioso, in molti si interrogano su come costruire delle opzioni politiche e intellettuali basate sulla redistribuzione di reddito e ricchezze, è necessario registrare altresì che le ricette che si evocano non vanno quasi mai oltre la nostalgia per l’epoca del dopoguerra. Sul fronte della riscoperta delle radici laburiste, oltre a qualche apertura all’idea di forme di reddito di base, non si va molto oltre l’idea che sia necessario porre un freno giuridico e sindacale alla dilagante precarietà del mondo del lavoro, per altro evocata come un problema in particolare giovanile e non di carattere strutturale. Questo ripensamento delle basi economiche della socialdemocrazia costituisce un significativo avanzamento rispetto alla “sbornia” della terza via, ma si concentra su battaglie di “retroguardia”, deboli ai fini della costruzione di un vero terzo polo ideal-politico-culturale da contrapporre al bipolarismo identificato da Fraser.

Il mondo che verrà

Chi crede nelle possibilità del socialismo di creare un mondo più sostenibile per il pianeta e più equo per la maggioranza dei suoi abitanti rispetto all’attuale, non può che salutare con favore l’archiviazione della completa subalternità culturale al neoliberismo. È difficile però fare altrettanto analizzando i contenuti di questo “ritorno alla socialdemocrazia”. Questa tendenza ha il grande pregio di rimettere l’economia al centro del discorso politico, strappando la “sinistra” alla mera rievocazione di valori morali o astratti, nel tentativo encomiabile di ri-ancorarla a un programma concreto di miglioramento delle condizioni materiali delle classi popolari e quindi della società più in generale. Tuttavia, è proprio il modello economico socialdemocratico a essere oggi quasi inservibile e la sua idealizzazione nostalgica rischia di distogliere preziose energie dalla ricerca di un sistema autenticamente alternativo al capitalismo che si basi sulle condizioni odierne.

L’impostazione del “ritorno socialdemocratico” è perfettamente esemplificata da quanto sostenuto recentemente da un importante voce del panorama progressista mondiale, Paul Krugman, Premio Nobel per l’Economia, nel pezzo già citato comparso in Italia sul Sole 24 Ore. Krugman si interroga su quale possa essere una valida alternativa al sistema capitalistico e osserva:

«Forse sono ottuso o manco di immaginazione, ma mi sembra che la scelta sia ancora tra i mercati e una qualche sorta di proprietà pubblica, magari con una certa dose di decentralizzazione del controllo, ma sempre, più o meno, quello che si intendeva abitualmente con la parola “socialismo”».

Egli intende dunque come sinonimo di “socialismo” un sistema che faccia riferimento all’“economia mista”, un modello che, sempre seguendo il suo ragionamento, dovrebbe basarsi su due terzi di produzione capitalistica a libero mercato e un terzo di controllo pubblico esercitato su settori quali l’istruzione e la sanità, per i quali non c’è evidenza che il privato performi meglio dello Stato:

«Insomma, si può immaginare un’economia in cui l’istruzione, la sanità e l’assistenza sociale che attualmente sono gestite dal settore privato diventino per la gran parte pubbliche, con effetti sulla maggioranza delle persone, nella peggiore delle ipotesi, identici a prima».

L’argomentazione di Krugman a favore del socialismo è particolarmente interessante poiché egli sgombra il campo da ogni tentazione di programmazione totale dell’economia sul modello sovietico ma mira a ridare nuova luce a forme di equilibrio fra pubblico e privato. Egli, tuttavia, non fa menzione di come sia possibile raggiungere tale equilibrio all’interno di un sistema globalizzato nel quale la tassazione dei grandi (enormi) patrimoni è resa particolarmente difficile dall’esistenza di numerosi paradisi fiscali, dalla straordinaria capacità di lobbying di grandi banche e multinazionali che impedisce di applicare significative imposte internazionali sulle transazioni finanziarie o di far contribuire colossi, come ad esempio quelli del web, alla fiscalità generale. Non considera che la maggior parte della ricchezza mondiale viene attualmente prodotta da speculazione di capitale su capitale e non da lavoro e dunque i cittadini-lavoratori hanno un potere contrattuale, potenzialmente utilizzabile al fine di ottenere queste rimesse fiscali, esiguo. Inoltre, se si assume che il cuore del socialismo è il mero ottenimento di un sistema di istruzione e sanità pubbliche (cosa non da poco, s’intende) si rischia di ricadere nella trappola economicistica tesa dal neoliberismo ad esempio nel percorso di costruzione dell’Unione europea: il dibattito politico si sposterebbe immediatamente sui vincoli di bilancio da violare per fare spesa in deficit al fine di finanziare questi istituti sociali e, più in generale, per il programma di welfare e previdenza.

Il cuore del pensiero e delle ricette del socialismo riguarda un’intera concezione del benessere e del rapporto fra individui e collettività, non può limitarsi alla contrattazione di qualche decimale di bilancio per quanto rilevante ai fini dell’implementazione di alcune policies. Questa discussione, come ogni dibattito intorno alle modalità opportune di redistribuzione della ricchezza, rischia troppo spesso di tralasciare il vero nodo problematico – quello che riguarda il denominatore e non il numeratore del rapporto deficit/pil – ossia la questione della modalità di produzione della ricchezza, ancor prima che la sua allocazione. Solo affrontando la discussione sulle modalità di sviluppo si può immaginare di creare un sistema che promuova e adotti stili di vita innovativi, più sostenibili, che creino maggiore tempo libero e maggiori opportunità di realizzazione di talenti e aspirazioni individuali e collettive. Perché solo mettendo in discussione le modalità di produzione della ricchezza, prima ancora che le modalità della sua distribuzione, si aggredisce il nocciolo duro dello sfruttamento capitalistico.

Ma se le multinazionali e il sistema vigente stanno non solo accentrando ricchezza e potere ma anche devastando l’ambiente – per altro facendo ricadere i costi della devastazione su paesi e popolazioni che non hanno colpa né vantaggio –, se l’individualismo sfrenato e il blocco dell’ascensore sociale stanno spingendo i lavoratori in una lotta senza tregua degli uni con gli altri e dei penultimi con gli ultimi, se la produzione di ricchezza non ha pressoché alcun rapporto con la produzione di valore, con l’economia reale e con il benessere di lavoratori e consumatori, se infine la globalizzazione con la possibilità di delocalizzare e di guadagnare più dalla speculazione che dall’economia reale ha neutralizzato i maggiori vettori di lotta sindacale, allora è giunto il momento di estirpare le cause delle diseguaglianze, non solo di curarne le conseguenze.

Democratizzare l’economia

Non sono idee rivoluzionarie ma rivendicazioni che hanno già trovato spazio in contenitori politici un tempo egemonizzati dalla terza via e oggi abitati anche da socialdemocratici di indirizzo moderato. Per fare alcuni esempi concreti di proposte più radicali di quella suggerita da Krugman, la più giovane eletta al Congresso Usa, Alexandria Ocasio Cortez, ha fondato la propria campagna anche sulla proposta di piani di occupazione pubblici in settori strategici, individuando nello Stato non solo un agende di perequazione ma anche di creazione di valore; John Mc Donnell, il ministro ombra dell’economia del Labour Party, da tempo è passato dal già importante focus sulla necessità delle nazionalizzazioni alla discussione su “modelli alternativi di proprietà” che consentano ai lavoratori di decidere come, cosa e per chi produrre e che permettano di immaginare un assetto sociale radicalmente diverso dal vigente capitalismo controllato da pochi; i Verdi Europei con la loro discussione avviata da tempo sulla creazione di lavoro nel settore della riconversione energetica, dell’economia circolare e della messa in sicurezza del territorio sono una delle forze più vitali del panorama progressista del vecchio continente. Quanto alla teoria, tracce di questo dibattito si possono trovare nel volume Alternatives to Capitalism. Proposals for a Democratic Economy di Robin Hanel e Erik Olin Wright (Verso, 2016).

Da ultimo, ma non meno importante, il ragionamento di Krugman non prende in considerazione attraverso quali modalità pratiche sia possibile garantire il rapporto 2/3-1/3 senza che i primi finiscano per inglobare (come è accaduto con la fine dei cosiddetti “trenta gloriosi”) il terzo pubblico: basta la sola evidenza che il privato gestisca con maggiore inefficienza alcuni comparti economici? È sufficiente l’argomentazione morale dello scandalo delle diseguaglianze per indurre i Governi a praticare una politica più favorevole al Welfare State?

Maggiore spesa pubblica in settori quali quelli menzionati da Krugman allevierebbe senza dubbio le sofferenze di un gran numero di persone e sarebbe concretamente sostenibile anche sul piano delle finanze pubbliche, magari con minori spese belliche o minore elusione fiscale ecc., e tuttavia non basterebbe a ridare credibilità e appetibilità al “socialismo” – obiettivo apertamente perseguito dall’economista – poiché diminuirebbe in piccola parte le diseguaglianze senza tuttavia arrestare il meccanismo fondamentale che le genera e le moltiplica. Di più, socialismo non può voler dire nel Ventunesimo secolo solo la reintroduzione di qualche elemento di statalismo, poiché il sistema democratico è destinato a rimanere una post-democrazia, a meno che non si verifichi un travaso di potere dalla sfera economica privata a favore di quella politico-pubblica, tramite una profonda alterazione dei rapporti di forza vigenti nella società, almeno uguale e contrario a quello avvenuto negli ultimi quarant’anni. È molto difficile che ciò avvenga senza grandi movimenti sociali e senza battaglie politiche ambiziose, di quelle che mobilitano promettendo qualcosa di più del ritorno di qualche tutela per chi è rimasto indietro, ma semmai qualcosa di simile all’antico “la terra è di chi la lavora” e dunque alcune promesse decise di democrazia economica.

Una preoccupazione, quella sulla fattibilità di quanto egli auspica, che lo stesso Krugman menziona: «Anche così, le probabilità che tutto questo, o anche solo una parte, possa accadere finché sarò in attività, mi appaiono nulle».

Si può concordare (o meno) con il premio Nobel sul fatto che l’ipotesi di ritorno all’epoca d’oro del keynesismo sia preferibile a quella di un ritorno al socialismo reale sovietico o a quella del mantenimento del sistema neoliberista attuale, ma le possibilità di tornare alla socialdemocrazia per come le generazioni passate l’hanno conosciuta sono scarse almeno quante quelle di una nuova Rivoluzione d’Ottobre. Ciò nonostante, il ritorno dei socialdemocratici e dell’aspirazione alla socialdemocrazia non va per questo sminuita poiché è un importante alleato nella costruzione di un senso comune di indirizzo inverso a quello attualmente egemone. È necessario, tuttavia, che si continui a dimostrare e riaffermare che l’ideale socialdemocratico può perdurare solo se si adatta alle condizioni correnti, le quali suggeriscono, dato lo strapotere del capitale, di organizzarsi per una controffensiva militante e non per un incontro in punta di fioretto. È importante convincere anche i socialdemocratici “ritrovati” della necessità di indagare condizioni di realizzabilità di un socialismo integrale per poi, semmai, adattare l’“utopia reale” (come la chiama Erik Olin Wright nel suo celebre volume) alle forme di economia mista possibile a seconda delle circostanze. Certo, il conflitto e la radicalità richiedono anch’essi un profondo ripensamento, ma riguardo alla loro urgenza bisogna almeno tenere a mente, anche fra coloro che mirano al compromesso, ciò che sostenevano i saggi: si vis pacem para bellum.

*Rosa Fioravante, ricercatrice e teaching assistant presso Luiss Guido Carli, autrice e curatrice di Bernie Sanders. Quando è troppo è troppo! (Castelvecchi 2016, seconda edizione 2018), collabora con Fondazione Feltrinelli e Acli Lombardia.

L'articolo Dopo la socialdemocrazia proviene da Jacobin Italia.


1) Rosa Luxemburg e l’istruzione delle masse

di Rosa Fioravante

Ricercatrice della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

Accanto agli aspetti biografici e teorici più noti, è importante altresì ricordare che Luxemburg è stata, fra il 1907 e il 1914, docente di economia politica e storia economica in una delle prime scuole di partito su scala nazionale mai organizzate. Nel fumetto a lei dedicato, tra gli alunni della Luxemburg compare un “ripetente” eminente come lo stesso Friedrich Ebert, e nelle vignette che la ritraggono alla lavagna Rosa è impegnata ad interrogare – in primis se stessa – su temi quali la globalizzazione come vettore di accumulazione capitalistica o su che genere di socialisti far crescere.

Questo passaggio nella vita della Luxemburg è tanto più interessante se si accosta la sua attività presso quest’organo di studio rigoroso all’interno di quello che allora era il maggiore partito socialista europeo, con l’accento teorico che la rivoluzionaria poneva sullo spontaneismo delle masse e la genuinità del movimento, spesso apertamente contrapposta e preferita alla “burocrazia” del partito. Infatti, la creazione della scuola di partito nel 1906 rispondeva ad una più generale esigenza di potenziamento di organico e di irreggimentazione organizzativa che passava per una maggior rigore nell’educazione dei militanti e dei giovani, passando dal sistema degli oratori ambulanti a modalità di istruzione più strutturate.

Fra i primi insegnanti convenuti alla Scuola di Berlino, personalità quali l’astronomo Anton Pannekoek, il fine della sua creazione era chiaro. Infatti, durante il precedente periodo delle leggi antisocialiste, l’organizzazione era ancora numericamente esigua e coloro che vi si avvicinavano erano per lo più dotati di un buon bagaglio culturale, dedicandosi a tempo pieno all’approfondimento teorico. Con la revoca delle leggi che bandivano la loro attività, una nuova ondata di fermento crebbe in qualità e quantità; tutte le forze venivano concentrate quindi in mansioni pratiche e organizzative non lasciando molto tempo allo studio. Tuttavia, si evidenziò presto la necessità della teoria, poiché senza un’accurata preparazione analitica anche le direttive di organizzazione sul campo rischiavano di essere scorrette, indebolendone l’efficacia.

Ogni anno 30 membri del partito da tutto il territorio venivano dunque selezionati per partecipare al semestre di formazione, il partito provvedeva al loro mantenimento e a quello delle loro famiglie. Alcuni di loro venivano successivamente cooptati nella struttura burocratica ma altri tornavano alle loro occupazioni locali dotati di maggiori strumenti e capacità teorica per l’attività di agitazione e divulgazione.

L’adesione della Luxemburg al progetto della Scuola non è priva di dubbi e interrogativi, larga parte dei quali insistono sul legame fra formazione delle leadership e mobilitazione delle masse: Rosa si interroga sulle modalità migliori per far crescere l’organizzazione, non limitandosi a salutarne l’ampliamento con entusiasmo. Secondo Rosa, il senso della crescita del partito deve essere diretto alla mobilitazione delle masse e non alla costruzione di strutture autoreferenziali. Così ella trova proprio nel suo ruolo di insegnante le ragioni fondanti dell’impegno per il Partito verso cui era così spesso critica. Sembra importante insistere in particolare su due caratteristiche del suo insegnamento: lo stimolo che in quella sede le viene (e vicendevolmente porta agli studenti) al ripensamento dell’economia politica fin dalle basi epistemologiche della disciplina, e la messa in pratica in quella sede della sua idea che la tensione rivoluzionaria si accompagni ad un’accresciuta curiosità intellettuale su vasta scala.

Rosi Wolfstein, alunna della Luxemburg e sua compagna di battaglie politiche successive, racconta della continua tensione che la professoressa viveva fra il tentativo di creare dei militanti “per la causa” e quella ad un insegnamento sempre teso a formare innanzitutto spiriti critici. Lo faceva attraverso il metodo socratico, ponendo in continuazione interrogativi radicali: “Qu’est-ce que l’économie politique? […] L’éco­nomie mondiale. L’économie politique est-elle la théorie de l’économie mondiale? Y a-t-il toujours eu une économie mondiale? […]”

L’esercizio del dubbio non era infatti solo un metodo di insegnamento ma una prassi dedicata a tutta la disciplina economica ad oggetto. Durante il periodo di servizio alla Scuola, la Luxemburg comincia un manoscritto di introduzione all’economia politica, interrotto nella stesura dai periodi trascorsi in carcere e pubblicato incompiuto. Un’impostazione di straordinaria modernità se si considera che ancora oggi l’economia politica è una disciplina dal carattere epistemologico incerto e soggetta a continui dibattiti ideologici. Luxemburg sembra già mettere a fuoco la necessità di strappare l’economia al solo regno dei “tecnici”:

“[..] The simple worker, who has only a rather vague idea of what political economy teaches, will ascribe his lack of understanding to his own inadequate general education. Yet, in some respects, he shares his misfortune here with many learned doctors and professors, who write thick volumes about political economy and deliver lectures to young people studying at the universities. Incredible as it sounds, the fact is that most specialists in political economy themselves have a very confused notion as to what the real object of their specialism is.

Il rimbrotto finale nei confronti degli specialisti sembra quasi un’anticipazione dell’idea che sarà di Karl Polanyi sulla necessità di ancorare l’economia alle attività collettive, ciò che lo studioso polacco chiamerà “embeddedness”, e non lasciare che si “autonomizzi” dalla società e dunque dalla politica.

Infatti – e qui si perviene al secondo tratto caratteristico dell’attività della Luxemburg alla Scuola – proprio come l’economia e la sua disciplina si ancorano nella culturale e nel vissuto sociale e su questi hanno ripercussioni, l’attività da insegnante permette a Rosa di tenere in tensione dialettica la sfera della teoria e della prassi grazie al continuo contatto con lavoratori provenienti da ogni parte della Germania che in quella sede ricevevano e raffinavano la propria politicizzazione, come in una rappresentanza in miniatura di quella dinamica più ampia che le rivoluzioni socialiste avrebbero portato alle masse tutte. L’impegno della Luxemburg era innanzitutto volto a coltivare negli alunni l’aspirazione “non solo al pane ma anche alle rose”, ricordando che le condizioni materiali spesso abbrutenti dei lavoratori possono essere modificate innanzitutto dalla nobilitazione dell’animo nello studio e nell’esercizio della critica:

Les élèves de Rosa Luxemburg venaient tout droit des usines, des ateliers, des bureaux; c’étaient des adultes sans aucune habitude de l’activité intellectuelle, ils avaient grandi dans l’atmosphère générale de l’hypocrisie et de la stupidité allemandes […]. Comme partout où s’exerçait son activité, là aussi, elle visait au plus haut, elle visait aux étoiles. Et là aussi, elle a atteint le but fixé, elle a été à la hauteur de la tâche ! A sa gloire et à son mérite incontesté de théoricienne, d’oratrice et d’écrivain, il faut ajouter ceux d’éducatrice de tout premier rang.”

Proprio come ha continuato a fare lei stessa, sempre incarnando il ruolo di scolara contemporaneamente a quello di insegnante, Luxemburg concepisce il compito della scuola in modo non enciclopedico: “From beginning to end, we have tried hard to make it clear to them that they possess no finished knowledge, that they still must learn more, that they must study and learn for the rest of their lives”. Paul Frölich racconta che Rosa si dedicava con passione alle giovani generazioni e ai suoi alunni cercando sempre di trasmettere i fondamenti di una conoscenza che potesse svilupparsi in futuro in modo autonomo. Così si risolveva la tensione fra organizzazione e movimento, fra spontaneismo e strategia, fra aspirazione rivoluzionaria e attività quotidiana. L’attività di insegnante di Rosa non è dunque secondaria rispetto agli obiettivi di egemonia culturale socialista, seppur, a detta di molti, il migliore insegnamento sia proprio la sua biografia. Come ebbe lei stessa a sostenere difendendo le attività della Scuola di Berlino: “For us, as a fighting party, the history of socialism is the school of life. We always derive new stimulation from it”.


2) Storie di GAP. Terrorismo urbano e Resistenza

 

di Santo Peli

 

*Nell’aprile 1943 Antonio Roasio, uno dei tre responsabili del Partito comunista, invia una lettera strettamente riservata alle organizzazioni regionali, in cui fa presente l’urgente necessità di attrezzare i militanti alla lotta armata a mezzo dell’organizzazione di “Gruppi di azione patriottica”, capaci di condurre azioni di sabotaggio delle attrezzature militari e contro i massimi dirigenti del partito fascista.

A livello pratico, però, le prime iniziative concrete verranno messe in atto solo dopo l’armistizio dell’8 settembre. Dai profili biografici dei protagonisti alle questioni cruciali—il rapporto fra gappismo e resistenza armata, il tema della rappresaglia, il problema del consenso fra la popolazione—dal racconto degli attentati più eclatanti alla lotta partigiana e alle ripercussioni sul nostro passato recente, Santo Peli ripercorre con rigore e imparzialità l’intera vicenda dei Gap per superare le molte leggende e restituire ai lettori una ricostruzione lontana dalla retorica e dalla speculazione. E colma una lacuna rilevante nel panorama dell’analisi storica del nostro Paese.

*Dall’ultima di copertina del volume di Santo Peli, Storie di GAP. Terrorismo urbano e Resistenza, Torino, Einaudi, 2017




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